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MONASTERI, VINO E CANTI GREGORIANI: COSÌ I MONACI HANNO DISEGNATO IL PAESAGGIO DELL’ARLANZA

Dalle celle medievali di Lerma e Santo Domingo de Silos alle cantine contemporanee della D.O. Arlanza di Palacio de Lerma e Covarrubias, il vino della Castiglia nasce da una continuità culturale che unisce spiritualità, agricoltura e identità territoriale.

Testo e foto CG

Prima ancora che esistessero le denominazioni d’origine, prima dei disciplinari e delle strategie di marketing territoriale, c’erano i monasteri. E, con essi, la vite. Chi percorre oggi la valle dell’Arlanza, tra Burgos e Palencia, incontra una successione di vigneti, monasteri, borghi medievali e paesaggi che sembrano appartenere a un’unica narrazione.

Non è un’impressione romantica: è storia. Qui il vino non è semplicemente un prodotto agricolo, ma uno degli elementi fondativi dell’identità della Castiglia.

La giovane Denominación de Origen Arlanza, istituita soltanto nel 2007, custodisce infatti una delle più antiche tradizioni vitivinicole della penisola iberica. Una tradizione che affonda le proprie radici nell’opera silenziosa dei monaci benedettini, cistercensi e francescani, protagonisti della colonizzazione agricola del Medioevo e autentici architetti del paesaggio rurale.

Per comprendere il presente del vino dell’Arlanza bisogna partire proprio da loro.

Tra il IX e il XIII secolo la Castiglia era una terra di confine. Le vallate venivano progressivamente ripopolate e i monasteri diventavano il fulcro dell’organizzazione economica e sociale. Non erano soltanto luoghi di preghiera: erano aziende agricole, centri di innovazione, biblioteche, scuole, ospedali e laboratori artigianali. Intorno ai chiostri prendevano forma campi coltivati, frutteti, orti, mulini e, naturalmente, vigneti.

La coltivazione della vite rispondeva innanzitutto a una necessità liturgica. Il vino era indispensabile per la celebrazione eucaristica. Ma ben presto assunse anche un valore economico. I monasteri migliorarono le tecniche agronomiche, selezionarono le parcelle più vocate e organizzarono una produzione capace di sostenere le comunità religiose e i commerci locali. Nacque così uno dei primi paesaggi vitivinicoli organizzati della Castiglia. Lungo il corso dell’Arlanza questa storia è ancora perfettamente leggibile.

Lerma: dal convento alla cultura del territorio

A Lerma, città monumentale voluta dal potente Duca di Lerma all’inizio del Seicento, i conventi rappresentano ancora oggi un sistema urbano straordinario. Tra questi spicca il Monasterio de la Ascensión de Nuestro Señor, il più antico della città, fondato dal figlio del duca, Cristóbal Gómez de Sandoval, insieme alla moglie Mariana de Padilla.

Monasterio de la Madre des Dios, Lerma@TWM

La sua architettura, apparentemente austera, custodisce opere di straordinario valore artistico. I dipinti di Bartolomé Carducho dialogano con il magnifico Cristo reclinato scolpito da Gregorio Fernández, maestro assoluto della scuola castigliana del Seicento. La facciata barocca, aggiunta nel 1650, rappresenta un’eccezione nel rigoroso panorama architettonico di Lerma, mentre il battesimo dell’Infanta Margarita Francisca nel 1610 testimonia il ruolo politico che il monastero esercitava nella corte spagnola.

Ma ciò che colpisce maggiormente è la continuità della vita monastica. Dopo la lunga presenza delle Clarisse Francescane, oggi il complesso è abitato dalla comunità di Iesu Communio, istituto religioso nato sotto il pontificato di Benedetto XVI. Accanto alla preghiera continua una tradizione antichissima: quella dei laboratori conventuali, dove la produzione artigianale di dolci mantiene vivo un sapere gastronomico tramandato nei secoli.

interno giardino Monasterio de Lerma@TWM

Monastero di Lerma e i saperi conventuali

E’ sorprendente come le antiche pratiche conventuali — dalla preparazione degli alimenti all’uso delle erbe, dalle conserve alle ricette tradizionali — riescano, dopo secoli, a dialogare con il turismo contemporaneo. In un’epoca in cui il viaggiatore cerca autenticità più che spettacolo, i monasteri dell’Arlanza diventano laboratori di narrazione territoriale. Entrare nel Monastero di Lerma significa attraversare quattro secoli di storia.

Inaugurato nel 1617 alla presenza di Filippo III, il Monasterio de la Madre de Dios o Monastero de Lerma risale al XVII secolo. Abitato per quattro secoli dalle Carmelitane Scalze di clausura, da alcuni anni presso un altro convento di clausura a Madrid, oggi un centro culturale che conserva intatte celle, refettorio, cucina e chiostro. La scelta di aprire questi spazi alla visita pubblica non rappresenta soltanto un recupero architettonico: è un modo per restituire al territorio una memoria produttiva e sociale.  Il chiostro è caratterizzato da un cortile centrale con un pozzo caratteristico coperto di vegetazione

corridoi del Monastero de Lerma, Lerma@TWM

ll Monastero de Lerma aggiunge un tassello fondamentale: la trasmissione dei saperi conventuali. Le esperienze gastronomiche legate alla cucina in pentole di terracotta, ai legumi e ai prodotti locali mostrano come la cultura del vino non possa essere separata dalla cultura del cibo. Dalle antiche celle delle Carmelitane Scalze al chiostro silenzioso, dalla cucina al refettorio, ogni ambiente racconta la vita quotidiana di una comunità che ha abitato questi spazi fino al 2017. Un viaggio nel tempo reso ancora più speciale dal racconto appassionato di Gustavo, custode e factotum capace di far rivivere la spiritualità e la semplicità della vita monastica.

la grande cucina del Monastero, Lerma@TWM

E poi il gusto: chorizo artigianale, formaggio semistagionato di latte crudo, marmellate di mela cotogna e rosa canina, fino all’emozione di cucinare la propria pietanza in una pentola di terracotta realizzata dagli artigiani locali, guidati da un maestro di cucina. Un progetto esemplare di recupero del patrimonio storico che non si limita a conservare la memoria, ma la fa vivere, raccontare e assaporare.

Per secoli i conventi hanno custodito tecniche di conservazione, fermentazione e preparazione che oggi tornano centrali nella valorizzazione delle produzioni artigianali. L’enoturismo dell’Arlanza funziona proprio perché unisce vino, cucina, paesaggio e memoria in un racconto coerente.

È la dimostrazione di come i monasteri non siano mai stati realtà isolate dal mondo, ma organismi capaci di dialogare con il territorio, creando economia e cultura. Questo legame raggiunge una delle sue espressioni più alte nel monastero benedettino di Santo Domingo de Silos.

Silos, dove il gregoriano incontra la vite

ciclo di sculture, Monastero di Santo Domingo de Silos@TWM

Il simbolo più evidente di questa continuità è il Monastero di Santo Domingo de Silos, celebre abbazia benedettina in provincia di Burgos, comunità autonoma di Castiglia e León, Spagna. Fondato nel VII secolo, è celebre nel mondo per il suo chiostro romanico a due piani, capolavoro dell’arte romanica spagnola (XI e XII secolo), decorato con capitelli unici e bassorilievi, considerato uno dei più belli in Spagna. Negli angoli si trovano otto bassorilievi eccezionali che narrano la vita di Cristo, e un soffitto a cassettoni in stile mudéjar.

L’area circostante include un antico lavatoio con una sorgente d’acqua perenne e un abbeveratoio per il bestiame Su tutto, però, i canti gregoriani, per i quali i monaci sono famosi a livello internazionale, diffusi ogni giorno durante le liturgie e anche tramite diverse registrazioni discografiche.

Ma i tesori del Monastero non si esauriscono qui. Imperdibile è la vista alla biblioteca millenaria, un’antica farmacia del XVIII secolo e un museo con preziosi calici e codici miniati.

antiche biblioteca e farmacia, Monasterio de Silos, Burgos@TWM

Celebre in tutto il mondo per il suo chiostro romanico e per il canto gregoriano, Silos rappresenta uno dei luoghi simbolo della spiritualità europea. Eppure il gregoriano, che ancora oggi accompagna la liturgia quotidiana, racconta anche un altro aspetto della civiltà monastica: il rapporto armonico tra lavoro e contemplazione.

L’antico principio benedettino ora et labora non distingueva infatti la preghiera dall’attività agricola. Coltivare la vite significava prendersi cura del Creato, custodire il territorio, garantire sostentamento alla comunità e trasmettere conoscenze alle generazioni successive.

Monastero di Santo Domingo de Silos@TWM

In questa prospettiva il vino assume un valore profondamente culturale. Non è soltanto una bevanda, ma il risultato di una visione del mondo nella quale agricoltura, spiritualità e paesaggio costituiscono un unico sistema.

Ascoltare i canti gregoriani sotto le arcate del chiostro significa percepire il ritmo che per secoli ha governato anche il lavoro nei campi. Le ore canoniche scandivano la giornata monastica, ma anche la gestione delle vigne, della vendemmia e della cantina. In questo senso il vino dell’Arlanza nasce da una cultura del tempo lento, fatta di stagioni, silenzio e osservazione.

chiostro, Monastero di Santo Domingo de Silos@TWM

Non è un caso che molti produttori contemporanei della zona rivendichino oggi maturazioni lente, basse rese e rispetto del territorio: concetti moderni che, in realtà, affondano le radici nella tradizione monastica.

Dai chiostri alle cantine contemporanee

In questa prospettiva il vino assume un valore profondamente culturale. Non è soltanto una bevanda, ma il risultato di una visione del mondo nella quale agricoltura, spiritualità e paesaggio costituiscono un unico sistema.

È un’eredità che oggi ritroviamo nelle moderne cantine dell’Arlanza. Aziende come Bodegas Palacio de Lerma e Bodegas Covarrubias rappresentano una nuova generazione di produttori che, pur utilizzando tecnologie avanzate, continuano a fondare la propria identità sul rispetto del territorio. Recuperano vecchie parcelle, valorizzano il Tempranillo d’altura, investono nella sostenibilità e costruiscono vini che parlano prima di tutto del luogo da cui provengono.

Non è un caso che molte delle vigne più vocate sorgano proprio nei territori storicamente coltivati dai monasteri. Oggi, mentre il cambiamento climatico e l’omologazione dei mercati pongono nuove sfide al mondo del vino, Arlanza sembra riscoprire proprio quella lezione medievale. La qualità nasce dalla conoscenza del territorio. La reputazione si costruisce nel tempo. Il paesaggio è un capitale da custodire, non da consumare.

Per questo il futuro della denominazione passa anche attraverso la valorizzazione del suo patrimonio culturale. Monasteri, conventi, borghi storici e vigneti non rappresentano attrazioni separate, ma parti di un unico racconto capace di generare turismo, economia e identità. In fondo, il vino dell’Arlanza continua a fare ciò che facevano i monaci mille anni fa: raccontare un territorio. E forse è proprio questa la sua forza più autentica.

In un mercato globale sempre più orientato verso vini identitari, la giovane denominazione castigliana non ha bisogno di costruire una narrazione artificiale. Deve soltanto continuare ad ascoltare quella che riecheggia, ancora oggi, tra i chiostri di Silos e le campane di Lerma.

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