di Monica Tessarolo
Le nuove etichette segnano un cambio di passo voluto dalla seconda generazione della famiglia Vallone con i figli Francesca e Federico che raccolgono, in continuità con la tradizione del padre Pasquale che negli anni ’90, dalla Sicilia, decise di acquistare 10 ettari a Montalcino.
Papà Pasquale lascerà il suo lavoro in banca, e riprenderà la passione della sua famiglia siciliana per la terra e i suoi frutti. I primi semi di quelle terre nere, tanto amate, a Montalcino arriveranno nel 2002 nella collaborazione col fratello Gaetano.
La nuova etichetta è ben rappresentata dal logo romboidale a richiamare un diamante eterno, inossidabile e indissolubile come la famiglia Vallone, come l’unicità morfologica delle terre di Montalcino e la sua biodiversità. Un logo che rievoca il Monte Amiata, un antico vulcano Pleistocenico spento nel cuore dell’Appennino toscano tra le province di Siena e Grosseto. Uno sguardo dall’altezza dei suoi 1738 metri, tra la Maremma, la Val d’Orcia e Val di Paglia che fa da skyline ai vigneti di Terre Nere, nere come quelle vulcaniche.
Territori questi vocati alla vigna, in località Castelnuovo dell’Abate a 10 km da Montalcino, non lontano dal castello di Velona, dove i 10 ettari vitati a Sangiovese grosso, crescono in zona collinare, accarezzati dal vento del Monte Amiata, e del Monte Nero, cullati dall’umidità del fiume Orcia che funge da vero e proprio termoregolatore. Il terreno scuro di galestro, roccia appenninica friabile assicura il drenaggio invitando la pianta ad affondare bene le radici nel sottosuolo. Queste caratteristiche del terreno le ritroviamo nell’essenza dei vini di Terre Nere: longevità, ricchi di estratto e di acidità. Proprio da questo particolare terreno fertile che deriva il nome dell’azienda “terre nere”.
Le uve sono raccolte rigorosamente a mano, trasportate in piccole ceste per l’accurata selezione dei grappoli migliori. Si vinifica in acciaio fino a 100 ettolitri. La fermentazione avviene in modo spontaneo con il solo utilizzo dei lieviti indigeni. Il vino prosegue in grandi botti di rovere di Slavonia dove resta per almeno tre anni, seguito da sei mesi in bottiglia, quattro anni in botti grandi di rovere e due anni in bottiglia per la versione Riserva.

La degustazione a partire dall’antipasto al pranzo con i vini di Terre Nere
Come benvenuto degustiamo il Ribelle osso Toscana Igt definito da Francesca “spettinato” un vino cioè di facile beva e che esce dagli schemi del sangiovese. Un affinamento in acciaio con una bella freschezza nelle sue note di piccoli frutti rossi e versatile su tutti i piatti semplici.
Interessante e sofisticata la scelta di un pranzo con due bottiglie a confronto per ogni vino di annate differenti proponendo l’etichetta nuova e quella più consueta. Questo binomio ha consentito di comparare davvero la tradizione e l’innovazione di questo progetto enologico di qualità.
Proseguiamo con gli antipasti milanesi tradizionali come modeghili, lingua bollita, abbinati ai 2 Rosso di Montalcino Doc a confronto il 2020 e 2021 con etichetta consueta e nuova, ma anche microclima differente. Il 2021 è stata un’annata più fresca con una ghiacciata primaverile, che ha decimato il Sangiovese, ma la parte rimanente è stata notevole dal punto di vista della freschezza e dell’acidità. Mentre la 2020 è stata un’annata più calda, con una maggiore concentrazione alcolica.
Entrambi svolgono 6 mesi di affinamento in botte grande di Slavonia. Il rosso rubino con delle pennellate granate, ci conduce ai sentori di marasca, muschio e viola mammola con un tannino ancora giovane, ma di grande qualità con una freschezza e acidità potenti che rendono riconoscibile il sangiovese.
All’indimenticabile risotto ai pistilli di zafferano mantecato al lodigiano riserva, vengono affiancati i due Brunello di Montalcino Docg 2019 e 2020 con etichetta consueta e nuova a confronto. Entrambe eccezionali. Il 2019 ha una complessità particolare con le sue note balsamiche, quasi mentolate, la marasca, i fiori scuri, il tabacco, la liquirizia, la nota vegetale di hummus. Struttura, eleganza, finezza, con tannino morbido e vellutato. Si presta a grande invecchiamento.
La 2020 appare come meno complessa e avvolgente, ma se ne coglie certamente potenziale e prospettive evolutive potenti. Un vino questo che rispecchia la tradizione del vitigno e del Brunello. Tannino ancora ruspante, ma con una trama interessante proiettata all’eccellenza che si svelerà nel tempo. Richiama i sentori del 2019 in maniera più sussurrata, ma già incisiva.
Approdiamo alla celeberrima cotoletta del Nuovo Macello con le due Brunello di Montalcino Riserva Docg 2016 (recuperata dalla collezione di famiglia perché è esaurita in commercio) da raffrontare con la 2019. Un vino che viene realizzato solo nelle migliori annate. Un vino difficilmente dimenticabile. Il 2016 si esprime forse al suo meglio, già al colore è granato lucente con un’eleganza olfattiva rara, dalla frutta rossa matura, al tabacco, l’incenso e le note speziate evidenti dal pepe nero al cacao fino alla cannella e noce moscata. Ginepro, ginseng, con alcol ben armonizzato, fine e persistente, finale lungo e bilanciato. Anche nella Riserva 2019 praticamente un’anteprima prossima a uscire, sussurra quello che sarà la sua ottima evoluzione.
Tutti i vini di Terre Nere rappresentano un territorio e una famiglia su cui scommettere, come hanno saputo fare i Vallone, sin da Pasquale. Il nome terre del loro marchio significa “terre davvero rare” per qualità e struttura.
Photo @ Terre Nere











