a cura di Redazione
La domanda, fino a qualche anno fa, avrebbe avuto il sapore della provocazione. Oggi, invece, è una domanda di mercato.
L’intelligenza artificiale legge una carta dei vini, riconosce un’etichetta, incrocia il piatto con le preferenze dell’utente, ricorda ciò che ha bevuto e costruisce un profilo del suo gusto. Non è più necessario immaginare il futuro: applicazioni e servizi già fanno tutto questo, con gradi diversi di sofisticazione.
A questo punto inutile chiedersi se una macchina possa sostituire un sommelier. Può certamente sostituire una parte del suo lavoro. E probabilmente è un bene. Perché una quota consistente del mestiere, in fondo, è informazione: denominazioni, annate, vitigni, produttori, temperature, abbinamenti. Una macchina può consultarli più rapidamente di un uomo e, soprattutto, può ricordarli tutti.
Il problema nasce quando confondiamo l’informazione con la competenza.
Il vino non è un quiz a risposta multipla. Non esiste una bottiglia corretta in assoluto per un piatto, così come non esiste un gusto perfettamente stabile nel tempo. Il cliente che ordina un Barolo perché lo ama potrebbe quella sera desiderare tutt’altro. Il commensale che normalmente beve bianchi potrebbe voler provare un rosso. E una bottiglia mediocre, nel posto giusto e con le persone giuste, può diventare un ricordo migliore di un grande vino bevuto distrattamente.
Questa è la zona in cui l’algoritmo rischia di essere più debole: la deviazione.
Un sistema di raccomandazione tende naturalmente a ridurre l’errore. Il sommelier dovrebbe, qualche volta, aumentarlo, non per arbitrio, ma per esperienza.
Il vero valore del professionista potrebbe allora spostarsi. Meno enciclopedia, più interpretazione, ovvero, meno «questo è il vino giusto», più, invece, «proviamo questo, anche se non è quello che avresti scelto».
È una trasformazione tutt’altro che marginale.
Se la tecnologia assorbe la parte ripetitiva del mestiere, il sommelier non perde necessariamente valore: è costretto a dimostrarne uno diverso.
E qui il settore dovrebbe porsi una domanda scomoda. Quanti sommelier sono realmente consulenti e quanti sono, in pratica, database con una giacca?
Perché se il loro contributo consiste nel recitare schede tecniche, elencare sentori e proporre l’abbinamento codificato, la concorrenza dell’algoritmo sarà difficile da sostenere. Se invece consiste nel leggere una persona, interpretare una tavola, comprendere un contesto e introdurre un elemento inatteso nella scelta, la macchina ha ancora parecchia strada da fare.
Anzi, potrebbe diventare uno strumento utile proprio al professionista.
Una tecnologia capace di scandagliare rapidamente migliaia di referenze potrebbe lasciare al sommelier più tempo per ciò che nessun database contiene: la relazione con il cliente. Il paradosso è che l’AI potrebbe dunque non decretare la fine del sommelier, ma la fine del sommelier enciclopedico.
E, se ci pensiamo, forse è una buona notizia. Perché il futuro della professione non sarà sapere tutto sul vino. Sarà sapere quando non serve sapere tutto.
E, soprattutto, quando vale la pena consigliare una bottiglia che l’algoritmo non avrebbe mai scelto.











