testo e foto Gaetano CATALDO
Per comprendere il Turbiana, vitigno custode del Lugana, bisogna spogliarsi dalle sovrastrutture commerciali e guardare la vite con gli occhi della genetica e del tempo: per secoli la sua identità è rimasta avvolta nelle nebbie del Garda: confuso con il Trebbiano Toscano, poi catalogato come Trebbiano di Lugana.
La svolta ampelografica moderna, tuttavia, ha squarciato il velo del dubbio attraverso l’analisi dei marcatori molecolari del DNA. Il Turbiana condivide un’antichissima matrice originaria e un profilo genetico comune con il Verdicchio marchigiano e il Trebbiano di Soave.
Eppure, definirlo semplicemente “Trebbiano” o “Verdicchio” sarebbe un errore di prospettiva: secoli di isolamento geografico e di adattamento forzato in un microclima unico, cullato dai venti che increspano le acque del Lago di Garda, hanno impresso nel genoma della pianta mutazioni stabili e autonome. Allevato in un suolo radicalmente diverso, fatto di argille sedimentarie e moreniche, il vitigno ha così plasmato una propria impronta digitale chimica e morfologica, dando vita a un biotipo fenotipicamente, geneticamente e intimamente distinto.

L’etimologia stessa del nome evoca un’origine contadina e sensoriale.
Il termine “Turbiana” affonda le sue radici nella parlata locale, richiamando l’aggettivo torbido o turbato, con probabile riferimento all’aspetto del mosto durante le prime fasi di pressatura o alla naturale opalescenza della buccia, ricca di pruina, che ne vela i riflessi dorati prima della raccolta.
La sua diffusione è un disegno geometrico tracciato dall’antico ghiacciaio del Garda. Mentre il Verdicchio prospera sulle colline marchigiane accarezzate dal mare, il Turbiana ha scelto come sua patria d’elezione una stretta lingua di terra anfibia, che si estende tra il basso lago e le prime ondulazioni moreniche. È una pianta resiliente, che predilige i climi ventilati per proteggere i suoi grappoli compatti dall’umidità, e che esprime la sua massima aristocrazia solo quando affonda le radici nelle argille più fitte.
Pozzolengo: La Culla Morenica
Se il Turbiana è il protagonista, il territorio di Pozzolengo è il palcoscenico perfetto, scolpito millenni fa dal ritiro dei ghiacciai del Quaternario. Qui il paesaggio si fa sinuoso, un susseguirsi di colline dolci, piccole valli e depressioni che un tempo ospitavano specchi d’acqua.
Non a caso Pozzolengo o Pocelengo significa in pratica terra di pozzi, poiché se ne trovavano di numerosissimi nelle campagne e nelle corti del borgo bresciano.
Il segreto di Pozzolengo risiede nel suo sottosuolo e nel suo respiro. La terra è un mosaico di argille sedimentarie, ricche di calcare, sali minerali e stratificazioni moreniche. Questo terreno compatto e difficile da lavorare costringe la vite a soffrire, a spingere l’apparato radicale in profondità alla ricerca di nutrimento.
A coronare questo miracolo geologico interviene il Lago di Garda, situato a pochissimi chilometri di distanza. Il grande bacino d’acqua funge da immenso volano termico, mitigando gli inverni rigidi e rinfrescando le torride giornate estive. Il vento costante, come il Pelér o l’Ora, pulisce i filari e garantisce un’escursione termica giorno-notte che fissa nei grappoli di Turbiana un patrimonio aromatico di rara finezza e un’acidità vibrante, spina dorsale della sua longevità. Oltre al Pelér, detto anche Sover, e l’Ora, qui spirano anche La Vinessa e l’Ander.
Il Pelér è la principale brezza di terra che soffia da Nord, dalle Alpi verso la pianura. Inizia a spirare durante la notte e nelle prime ore del mattino, esaurendosi solitamente verso mezzogiorno per lasciare spazio all’Ora, la quale è il vento caldo e costante che spira da Sud, ossia dalla Pianura Padana verso nord; solitamente sorge intorno a mezzogiorno e soffia per tutto il pomeriggio fino al tramonto. Trattandosi di basso lago, a Pozzolengo l’Ora arriva generalmente più attenuata e debole rispetto all’Alto Garda. Invece, La Vinessa è un vento da Est/Sud-Est legato al maltempo: si attiva quando la “Bora” soffia forte sull’Adriatico, spingendo perturbazioni e aria fresca verso la sponda bresciana. Infine, l’Ander, proveniente da Sud-Ovest, è un vento che investe regolarmente il Basso Garda nel primo pomeriggio, a volte portando raffiche un po’ più tese.
Bulgarini: Una Storia Scritta nei Filari

In questo anfiteatro naturale, la storia della famiglia Bulgarini comincia a germogliare nel 1930. In un’epoca in cui l’agricoltura della zona era ancora di pura sussistenza e frammentata, Emilio Bulgarini intuisce che quelle argille, così ostinate e faticose, nascondono una vocazione liquida straordinaria. Inizia così a piantare i primi filari, vinificando per il consumo locale e per gli estimatori della zona, gettando le fondamenta di un legame viscerale tra il cognome di famiglia e la terra di Pozzolengo.
Il passaggio di testimone al figlio Bruno consolida la visione aziendale, ma è con l’avvento dell’attuale generazione, guidata da Fausto Bulgarini, che la cantina compie il salto di qualità definitivo, trasformandosi in un’autentica ambasciatrice del Lugana nel mondo. Fausto, affiancato dalla moglie Virginia, ha saputo coniugare la sapienza ancestrale della campagna con la precisione chirurgica dell’enologia contemporanea.
Oggi, i circa 50 ettari della proprietà sono trattati come un giardino monumentale. Il focus rimane rigorosamente incentrato sul Turbiana, con vigne storiche che superano il mezzo secolo di vita: vecchie piante nodose che producono pochissimi grappoli, ma carichi di una concentrazione zuccherina e minerale inarrivabile.
Il Lugana Metodo Classico
In cantina, la filosofia di Bulgarini si traduce essenzialmente nel rispetto del tempo e il Lugana Brut Metodo Classico 40 mesi del 2017 ne è un esempio.
Giallo oro, vivo e luminoso, cristallino e dal perlage finissimo, persistente e dalle bollicine copiose. Il nitore olfattivo svela estrema pulizia, chiarezza ed eleganza: il guscio d’ostrica, la ginestra e la salvia, il pompelmo che armonizza con il sentore soffuso del bergamotto e del golden kiwi, la pera, l’albicocca non matura, la lieve nota di ananas e passion fruit, ancor verdi tuttavia, celebrano all’unisono l’odore di crosta di pane appena sfornato, su cui tutto si innesta, lasciando la chiusura ai riconoscimenti di idrocarburo, zafferano e anice stellato.
Il sorso è avvolgente, vibrante e voluminoso e si compie nell’elegante equilibrio tra freschezza e sapidità, con il ritorno di una fluttuazione sensoriale da note agrumate, mandorla tostata e tabacco bianco, per un finale leggermente amaricante, da miele di corbezzolo.

Da conservarsi gelosamente nella parte più recondita della cantina per almeno dieci anni, sarebbe ideale abbinarlo adesso con dei tagliolini al ragù di cortile e tartufo bianco, magari ascoltando “…E dimmi che non vuoi morire” di Patty Pravo, con obbligo di bere in ottima compagnia!
(In copertina, Uve_Turbiana@G.Cataldo)

Gaetano CATALDO











