Testo e foto Rosaria Benedetti
Il nome stesso evoca sacralità ed è infatti nel corso di un antico rituale celebrativo che le prime gocce di mosto della spremitura dell’uva nosiola lungamente appassita, sgorgano lentamente dal torchio raccontando che bellezza e bontà nascono spesso da lunghe attese. Il succo denso e prezioso si fa simbolo di rinascita e di ripresa della vita, dopo mesi di riposo.
Tra storia e leggenda nessuna certezza
Affascinanti e arricchiti da un pizzico di misticismo, i toponimi semantici nella parola “santo” e l’eco cromatica che narra di luce mediterranea, indicano le rotte dei crociati come traghetti privilegiati per portare le tradizioni vitivinicole dall’isola di Xantos verso Venezia e da qui in Trentino. I documenti degli storici descrivono inoltre il Vino Santo come prodotto della Valle dei Laghi già nel XVI secolo indicando come la produzione e il consumo di questo nettare fossero ad uso quasi esclusivo delle alte e “sante” sfere ecclesiastiche durante il Concilio di Trento. Catasti e diari agricoli ne certificano infine la produzione costante nell’entroterra gardesano, dove l’Ora del Garda è il ventilatore quotidiano che favorisce la salubrità di tutte le produzioni viticole.
Nessuna certezza dunque del passato ma in questa terra la presenza di richiami antichi, radicati e mantenuti in vita con attenzione e sapienza vuole che il passito dei passiti si chiami Vino Santo perché in Valle dei Laghi la spremitura delle uve nosiola, dopo il lungo appassimento sui graticci “arèle” che inizia a ottobre e si conclude nei giorni della Passione, avviene durante la Settimana Santa.
Tradizioni in pericolo
Tra la brezza del Garda e il silenzio delle Dolomiti, la Valle dei Laghi si prepara ogni primavera a celebrare questo rito antico che profuma di vento e pazienza, un vero capolavoro d’attesa, prodotto dall’unico vitigno autoctono a bacca bianca del Trentino. Durante i mesi d’inverno, l’Ora del Garda — il vento che giunge dal lago — accompagna l’appassimento più lungo al mondo, dalla vendemmia di settembre alla fine di marzo; solo a Pasqua, nel cuore della Settimana Santa, l’uva si trasforma finalmente in mosto, suggellando il legame tra fede e lavoro.
Ma il Vino Santo oggi, è un gioiello in via d’estinzione: la varietà “nosiola” copre appena lo 0,5% della superficie vitata provinciale e le sue rese ridottissime a causa del lungo appassimento (solo il 15–20% del peso iniziale diventa vino) scoraggiano i viticoltori. Sono stati avviati nuovi bandi per sostenere chi decide di continuare a coltivarla, ma la sfida resta economica e culturale. Ogni bottiglia di Vino Santo è al tempo stesso un atto di fede e di resistenza: il suo disciplinare impone tre anni di invecchiamento, ma i produttori lo attendono spesso molto più a lungo per offrirne la pienezza vellutata, le note di dattero, miele e frutta secca: la fermentazione che ha inizio nella settimana Santa, allineata ai ritmi della natura, si arresta nelle stagioni fredde, riprende a primavera e si ferma nuovamente, in un alternarsi di resilienza e rinascita che può durare anche più di un decennio.
DivinNosiola in Valle dei Laghi
Nelle settimane che preludono e seguono la Pasqua, l’evento DiVinNosiola in Valle dei Laghi torna ogni anno a ricordare che questo vino, più che un prodotto, è un racconto. Il festival riunisce enologi, artigiani e turisti in un mosaico di degustazioni e itinerari tra i vigneti. Clou dell’evento è il Rito della Spremitura a Santa Massenza, quando l’uva appassita diventa mosto sotto gli occhi del pubblico. Il trenino panoramico e i percorsi di trekking accompagnano i turisti tra i filari, mentre i laboratori sensoriali a Palazzo Roccabruna (TN) offrono l’opportunità di trovare abbinamenti eccellenti. Nell’edizione 2026 un gemellaggio con l’Albana di Romagna unisce due vitigni “resistenti e resilienti” in un dialogo che celebra la biodiversità e l’identità territoriale.
La varietà “nosiola” tuttavia, non è presidio esclusivo della valle dei Laghi. Da Pressano a Toblino, passando per la Vallagarina ogni vigneto traccia una sfumatura del suo carattere soprattutto nei vini fermi: nei suoli porfirici, mostra precisione minerale; lungo il Garda, morbidezza e solarità. È un vino che non grida, ma sussurra e lascia un segno profondo: quello di un territorio che affida al vino il proprio modo di raccontare il tempo.
Oggi la sopravvivenza di questo vitigno non può poggiare solo sulla suggestione delle sagre o sulla curiosità dei turisti enogastronomici: servono politiche lungimiranti, capaci di garantire redditività ai vignaioli che ne sono custodi. Con la sua uva dorata, la nosiola e così il Vino Santo vivono di lentezza, di “saper aspettare”, che in Trentino non è mai sinonimo di resa ma piuttosto linguaggio silente di una attesa che sa trasformarsi in eccellenza.
Caratteristiche organolettiche del Vino Santo Trentino: colore dell’ambra, lucentezza dell’oro e densità di un fluido magico! Una infinita catena di profumi evoluti con agrumi canditi, albicocca, uva passa, miele, fichi, datteri, liquirizia e caramello anticipa il piacere del gusto setoso e avvolgente, mentre le doti di estrema freschezza rimbalzano nel palato mitigando le percezioni più dolci. La persistenza lunghissima regala a ogni sorso una emozione nuova, con retrogusto di mandorla, crème caramel e frutta sciroppata.
Frutto del lungo appassimento dei grappoli di nosiola sui graticci e di una lenta fermentazione in piccole botti, il Vino Santo Trentino è figlio del clima ventilato della Valle dei Laghi e della infinita paziente attesa dei Vignaioli del Vino Santo.

Rosaria BENEDETTI











