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MOSCATO DI TERRACINA. NON UN VINO DA SALVARE, MA UNA MEMORIA COLLETTIVA DA RESTITUIRE AL FUTURO

Intervista al Prof. Danilo Mastracco, autore del libro sul Moscato di Terracina. "Non soltanto un vitigno, ma una parte dell’identità della comunità. È il racconto di una città che per secoli ha costruito la propria economia, le proprie tradizioni e persino il proprio paesaggio attorno a questa coltivazione".

Tra i chiostri e gli spazi millenari dell’Abbazia di Fossanova, Vini d’Abbazia ha offerto anche l’occasione per riflettere sul significato più profondo della tutela del patrimonio agricolo e culturale dei territori. In questo contesto abbiamo incontrato il prof. Danilo Mastracco, docente e formatore, noto nel territorio pontino soprattutto per il suo ruolo di Fiduciario della condotta Slow Food Terracina e per il suo impegno nella valorizzazione delle eccellenze enogastronomiche, storiche e culturali locali.

E’ autore del volume dedicato al Moscato di Terracina, un lavoro che va oltre la semplice ricostruzione storica e si trasforma in un vero atto di salvaguardia della memoria.

prof. Danilo Mastracco, ITS Bianchini , Terracina- Futuro prossimo school edition@web -Junior Achievement Italia

D.: Danilo Mastracco, perché dedicare un libro al Moscato di Terracina?

ADR: Perché il Moscato di Terracina non è soltanto un vitigno. È una parte dell’identità della nostra comunità. È il racconto di una città che per secoli ha costruito la propria economia, le proprie tradizioni e persino il proprio paesaggio attorno a questa coltivazione. Ho sentito la necessità di raccogliere testimonianze, documenti e memorie che rischiavano di andare perduti.

D.: Nel libro emerge continuamente il legame tra il vitigno e il territorio.

ADR: È inevitabile. Il Moscato è figlio di una geografia precisa. Nasce dall’incontro tra il mare, le colline e un microclima unico. La Valle di San Silviano, le fasce costiere verso il Circeo, Monte San Biagio, La Fiora e Campo Soriano non sono semplicemente luoghi di produzione: sono elementi che contribuiscono a costruirne il carattere.

Il segreto del Moscato di Terracina sta proprio in questo equilibrio delicato tra sole, ventilazione, terreni sabbiosi e sapienza agricola.

il Prof. Danilo Mastracco ed il suo libro@A.Cascone-TWM

D.: Lei definisce il Moscato un “vitigno intermedio”. Cosa significa?

ADR: È una definizione utilizzata dagli studiosi per indicare la sua straordinaria versatilità. Non è soltanto un vino da dessert, come spesso si pensa. È un vino che sa stare a tavola, che accompagna il cibo, che può generare interpretazioni diverse senza perdere la propria identità. Ma soprattutto è un vino che racconta una storia.

D.: Quanto è antica questa storia?

ADR: Molto più di quanto si immagini. Le sue radici affondano nell’antichità classica. Alcuni studiosi lo collegano all’uva Apiana, conosciuta già dai Romani. Le fonti storiche raccontano di una viticoltura florida e organizzata già a partire dal Seicento.

Per decenni il Moscato di Terracina è stato una ricchezza economica straordinaria. Negli anni migliori la produzione superava i centomila quintali di uva e le esportazioni raggiungevano numerose città italiane ed europee.

D.: E poi cosa è successo?

ADR: Come accaduto in molti territori italiani, la modernizzazione e l’urbanizzazione hanno progressivamente ridotto gli spazi agricoli. Sono cambiati i modelli economici e una parte importante della memoria collettiva ha rischiato di scomparire. Per questo ho sentito il dovere di scrivere questo libro. Non per celebrare il passato, ma per costruire un ponte verso il futuro.

D.: In questo percorso assume un ruolo importante Slow Food.

ADR: Assolutamente sì. L’inserimento del Moscato di Terracina tra i prodotti a rischio di estinzione dell’Arca del Gusto di Slow Food rappresenta un passaggio fondamentale. L’Arca del Gusto non è un semplice elenco di prodotti da proteggere. È un riconoscimento internazionale che individua alimenti, colture e tradizioni che rischiano di scomparire e che meritano di essere tramandati alle nuove generazioni. Significa dire con chiarezza che questo patrimonio non appartiene soltanto a Terracina, ma all’intero Paese.

D.: E il Presidio Slow Food?

ADR: È il passo successivo e forse ancora più concreto. Il Presidio non tutela soltanto il prodotto finale, ma sostiene i produttori, le tecniche di coltivazione tradizionali e la sostenibilità economica dell’intera filiera. Difendere il Moscato di Terracina significa difendere un sapere agricolo che si è costruito nei secoli.

D.: Nel libro c’è molto spazio dedicato al lavoro delle donne.

ADR: Perché sono state protagoniste assolute di questa storia. Erano loro a occuparsi dell’incestratura, un lavoro delicatissimo di selezione e sistemazione dei grappoli nelle cassette destinate ai mercati. Servivano esperienza, pazienza e sensibilità. Ogni cassetta diventava una piccola opera artigianale. Senza il contributo delle donne, la storia del Moscato sarebbe stata diversa.

D.: Anche la dimensione sociale appare molto forte.

ADR: Certamente. La vendemmia era un rito collettivo. Le famiglie lavoravano insieme, le conoscenze si tramandavano oralmente, i bambini partecipavano alla vita della campagna. Il Moscato era il centro di una comunità. Oggi rischiamo di perdere questa dimensione se non siamo capaci di trasmettere il valore culturale che questo vitigno rappresenta.

D.: Quale messaggio porta con sé da Vini d’Abbazia?

ADR: Che il vino deve tornare ad essere uno strumento di racconto dei territori. Manifestazioni come questa sono preziose perché consentono di mettere in relazione produttori, studiosi, appassionati e istituzioni all’interno di luoghi che custodiscono secoli di storia. L’Abbazia di Fossanova è il contesto ideale per parlare di memoria, tradizione e futuro.

D.: Qual è la sfida dei prossimi anni?

ADR: Far comprendere che il Moscato di Terracina non è una nostalgia da conservare in un museo. È una risorsa contemporanea. Può generare economia, attrarre turismo di qualità e rafforzare l’identità del territorio. Ma serve una responsabilità condivisa.

D.: Se dovesse riassumere in una frase il senso del suo lavoro?

ADR: Direi questo: non stiamo salvando un vitigno, stiamo restituendo una memoria alle nuove generazioni. Perché il Moscato di Terracina non è soltanto un prodotto agricolo. È il risultato di secoli di lavoro, di gesti tramandati, di paesaggi costruiti dall’uomo e di una cultura che merita di continuare a vivere.

Ed è proprio questo il significato più profondo del riconoscimento di Slow Food, dell’Arca del Gusto e dei Presìdi: trasformare una memoria fragile in una responsabilità collettiva, affinché quel patrimonio di conoscenze, di biodiversità e di identità non diventi un ricordo, ma continui a rappresentare una concreta possibilità di futuro per Terracina e per l’intero territorio pontino.

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