Redazione
La lana europea cerca una seconda vita. Non solo come fibra tessile, ma come materia prima per cosmetica, agricoltura, bioedilizia e applicazioni biomediche. È la sfida emersa a Terra Madre Salone del Gusto nell’incontro Into The Wool, organizzato nell’ambito di MARLAINE, progetto finanziato dal Programma Interreg Italia–Francia Marittimo.
Il punto di partenza è una contraddizione: una risorsa naturale con ampie possibilità di utilizzo viene ancora considerata, in Europa, un prodotto di scarto. Nei territori coinvolti dal progetto – Sardegna, Toscana e Région Sud Provence-Alpes-Côte d’Azur – si contano 6,5 milioni di ovini, pari all’8% della popolazione europea, per una produzione stimata in 10 mila tonnellate di lana.
A frenare la filiera sono soprattutto qualità disomogenea, tecniche di tosatura, costi e difficoltà di trasporto e lavaggio, carenza di infrastrutture e frammentazione tra produzione e trasformazione. Un problema che, secondo i partecipanti al confronto, richiede un approccio di sistema: formazione degli operatori, ricerca, certificazioni adeguate e soprattutto il collegamento tra gli anelli della filiera.
C’è poi il nodo normativo. Riccardo Pelani di Copa-Cogeca ha indicato come priorità il superamento delle classificazioni che relegano la lana a scarto, così da favorire un ecosistema produttivo fondato sull’economia circolare e sullo scambio di competenze, tecnologie e sottoprodotti.
Anche le infrastrutture restano un ostacolo concreto. Gli impianti di lavaggio, ha spiegato il ricercatore Leonardo Vargiu, non sono distribuiti in modo strategico e costringono alcune aziende a ricorrere a strutture estere, con costi difficilmente sostenibili soprattutto per i piccoli produttori.
Intanto la ricerca allarga il campo degli utilizzi. Dal vello può essere estratta la cheratina, proteina che costituisce circa il 90% della lana, studiata per applicazioni cosmetiche e biomediche, compresa la rigenerazione dei tessuti. Fuori dal tessile, la fibra può inoltre trovare impiego in agricoltura e bioedilizia.
La prospettiva indicata a Terra Madre è quindi quella di una filiera capace di valorizzare ogni fase della materia: prodotti durevoli e riparabili, riuso, riciclo e, quando la fibra non è più recuperabile, impieghi alternativi. Una trasformazione che passa prima di tutto da un cambio di paradigma: considerare la lana non più come un costo da smaltire, ma come una risorsa da conoscere, certificare e valorizzare.











