a cura di Redazione
Per capire dove berremo vino nel 2036 dobbiamo iniziare ad allontanarci, concettualmente, dai luoghi comuni. Ovvero, dobbiamo chiederci non quali saranno le nuove Bordeaux o i nuovi Barolo, ma, piuttosto, dove il clima consentirà ancora di produrre vini riconoscibili, equilibrati e economicamente sostenibili.
La geografia del vino sta irrimediabilmente diventando una questione climatica.
Il segnale arriva anche dalla cronaca del 2026. In Champagne la vendemmia è iniziata in alcuni casi già il 6 agosto, tra le più precoci mai registrate; in Francia le alte temperature stanno anticipando la maturazione e mettendo sotto pressione acidità, rese e identità stilistica.
Contemporaneamente, territori che fino a pochi decenni fa sembravano marginali stanno entrando nel radar internazionale. L’Inghilterra, per esempio, è passata da meno di 800 ettari vitati nel 2005 a oltre 4.800 nel 2024. Nel 2026 i suoi vini hanno consolidato una presenza internazionale non più limitata agli spumanti: anche i fermi stanno guadagnando spazio.
Ma sarebbe un errore leggere tutto questo come una semplice migrazione verso Nord. La variabile decisiva non è la latitudine in sé. È un mix complesso di combinazione fra temperatura, escursione termica, disponibilità idrica, esposizione, altitudine, suolo e capacità della vite di completare la maturazione senza perdere acidità. È per questo che il futuro potrebbe appartenere tanto alle vigne settentrionali quanto a quelle d’altitudine o influenzate dall’oceano.
La conseguenza è già visibile nella nuova mappa qualitativa.
Ai DWWA 2026 sono arrivati risultati di rilievo da Brasile, Bosnia-Erzegovina, Cina, Giappone, Texas, Azzorre e altri territori finora periferici rispetto al grande racconto del fine wine. Non significa che questi luoghi sostituiranno Bordeaux, Borgogna o Piemonte. Significa qualcosa di più interessante: il concetto stesso di periferia si sta restringendo.
Il turismo avrà un ruolo strategico.
Il viaggio del vino potrebbe progressivamente smettere di seguire la fama e iniziare a seguire la resilienza. Vigneti di montagna, isole oceaniche, aree settentrionali, vallate fresche e territori con disponibilità idrica meno critica potrebbero diventare nuove destinazioni enoturistiche. Non necessariamente perché producono i vini più celebri, ma perché rappresentano postazioni ideali, una sorta di “laboratori” in cui osservare il vino mentre cambia. Pico, nelle Azzorre, è già un caso emblematico: vigne protette dal vento oceanico dentro piccoli appezzamenti delimitati dalla pietra lavica e un primo Gold al DWWA 2026. Un paesaggio estremo che diventa, contemporaneamente, patrimonio agricolo e destinazione enologica.
Il paradosso è evidente: il cambiamento climatico potrebbe rendere più interessante proprio ciò che fino a ieri consideravamo periferico. Fra dieci anni, dunque, potremmo non viaggiare soltanto “verso il vino”. Potremmo viaggiare verso i luoghi in cui il vino sta ancora imparando a esistere.
E, probabilmente, la prossima grande carta dei wine traveller non sarà una mappa delle denominazioni, ma una mappa delle condizioni climatiche.











