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GAMBELLARA, IL VULCANO NEL BICCHIERE

Tra colline di origine vulcanica e suoli plasmati da fuoco e mare, una piccola denominazione veneta racconta la forza del territorio.

testo e foto Monica TESSAROLO

Mi piace soffermarmi sulle parole dentro le parole. A Gambellara quel suono che richiama una “bella ara” sembra quasi suggerire l’idea di una terra bella e generosa. Ancora più affascinante è l’ipotesi etimologica, sostenuta da diversi studiosi, che riconduce il nome alla “terra della vite”.

In treno ad alta velocità mi trovo catapultata in poco tempo dalla Milano caotica e ancora bruciante dell’estate 2026 a Gambellara, nel vicentino: un paese raccolto, circondato dalle colline e da un clima decisamente più mite. Mi accolgono persone ospitali, con un’inflessione dialettale cantilenante e inconfondibilmente veneta. Un accento che mi riporta alle origini molto venete del mio cognome e mi fa rivolgere un pensiero al nonno bersagliere e a quello alpino, uomini di una generazione che ha contribuito a preservare questi luoghi.

Gambellara si trova ai piedi del monte Crocetta, ai margini orientali dei Monti Lessini, in un territorio modellato da un’antichissima attività vulcanica, al confine con la provincia di Verona. Una vicinanza che, dal punto di vista enologico, potrebbe far pensare a una presenza ingombrante dei “fratelli maggiori” veneti: Valpolicella, Soave, Lugana, Custoza, Garda. Denominazioni celebri che rischiano di oscurare le realtà più piccole. Ma non è così. Anzi portano ad un Veneto baciato dalla prosperità enologica.

Un vulcano nel bicchiere

Poco meno di 250 ettari vitati si snodano tra dolci colline e pendii all’interno di un anfiteatro naturale modellato da antichissime attività vulcaniche. Qui la geologia è una presenza concreta. Colate basaltiche, tufi, marne, calcari e altri materiali sedimentari raccontano una storia iniziata milioni di anni fa. In particolare, nell’area del Monte Calvarina, la matrice vulcanica e quella marina convivono e contribuiscono a definire la fisionomia dei suoli.

Circa 50 milioni di anni fa questo territorio era sommerso dal mare. Oggi nei terreni affiorano testimonianze di quell’antico ambiente marino, tra rocce calcaree e fossili. Uno degli elementi più spettacolari sono i basalti colonnari di San Marco, riconoscibili per le forme prismatiche, spesso esagonali, generate dal raffreddamento della lava. È una geologia che inevitabilmente entra nel bicchiere.

Nei vini di Gambellara ritrovo infatti una componente di mineralità, sapidità, freschezza e acidità  che sembra dialogare con questi terreni. Nella Garganega, vitigno simbolo della denominazione, emergono profumi agrumati e floreali, di frutta secca, accanto a sfumature balsamiche, iodate e, soprattutto con l’evoluzione conducono a intriganti richiami sulfurei e minerali.

Sei cru per raccontare il territorio

Dal 2004, grazie al lavoro di zonazione viticola condotto dall’Università di Padova, sono state individuate sei sottozone all’interno della DOC Gambellara: Faldeo, Taibane, Monti di Mezzo, San Marco, Creari e Selva. Sei aree con caratteristiche pedoclimatiche differenti, sei interpretazioni di uno stesso territorio.

Ho la possibilità di scoprirle grazie all’accompagnamento attento di Giovanni Ponchia, direttore del Consorzio Tutela Vini Gambellara, e di Elisa Orrico; all’accoglienza dei produttori, che diventano i veri interpreti di questa geografia vitivinicola. Il nostro percorso comincia proprio al Consorzio, con l’assaggio di tre diverse espressioni di Gambellara Classico DOC firmate Dal Maso e ViteVis e Virgilio Vigna. È il primo assaggio di un viaggio che, bicchiere dopo bicchiere, mostra quanto la Garganega possa essere diversa pur rimanendo riconoscibile.

La Garganega, una vite antica

La Garganega è una varietà antica appartenente alla grande famiglia dei Trebbiani e geneticamente identica al Grecanico Dorato siciliano. La sua storia è legata alle antiche rotte di migrazione della vite nel Mediterraneo e, secondo alcune ipotesi, a una possibile origine greca.

È un’uva dalla personalità resistente, più giocata sulla finezza e sulla capacità di interpretare il territorio che sull’esuberanza aromatica. Come osserva Ponchia, è una varietà che “non delude mai”: resistente nella buccia e generosa nella produzione. A Gambellara la garganega da vita a vini capaci di essere piacevoli nella giovinezza ma anche di affrontare con grande dignità l’evoluzione. E la Garganega, qui, sa fare molto di più. Grazie alla sua particolare vocazione all’appassimento, diventa infatti protagonista di due espressioni storiche  e uniche del territorio: Recioto e Vin Santo.

Le diverse anime di Gambellara

Il Gambellara DOC è un vino bianco secco, che può fregiarsi della menzione Classico quando proviene dalla zona collinare storica della denominazione. La Garganega è il vitigno protagonista e deve rappresentare almeno il 70% delle uve previste dal disciplinare, mentre possono concorrere altre varietà a bacca bianca autorizzate in Veneto. Ma buona parte dei produttori la utilizza in purezza.

Accanto al Gambellara troviamo il Recioto di Gambellara DOCG, la denominazione dedicata al vino dolce ottenuto da uve appassite. La DOCG, riconosciuta nel 2008, comprende le versioni tradizionale e spumante, oltre alle relative espressioni della zona Classica. L’origine del nome Recioto viene generalmente ricondotta alle recie, termine veneto utilizzato per indicare le “orecchie” del grappolo, cioè le parti laterali e superiori maggiormente esposte al sole e tradizionalmente considerate più adatte all’appassimento. I grappoli destinati al Recioto vengono selezionati con cura e fatti appassire nei granai, appesi ai caratteristici picài: corde alle quali i grappoli vengono appesi o meglio “impiccati” manualmente e lasciati lentamente concentrare per diversi mesi. È una pratica antica, quasi scenografica, tramandata dalle famiglie del luogo, che ancora oggi rappresenta uno dei gesti più identitari della viticoltura di Gambellara.

Ancora più particolare è il Vin Santo di Gambellara DOC, prodotto di antica tradizione. Le uve vengono raccolte e lasciate appassire in ambienti asciutti e ben aerati, appese ai picài. La pigiatura avviene più tardi rispetto a quella del Recioto, generalmente tra marzo e aprile, quando gli acini hanno perso una parte significativa della loro acqua e gli zuccheri e le componenti aromatiche si sono concentrate. Il mosto viene quindi trasferito in piccoli caratelli, dove fermenta grazie ai lieviti indigeni. L’affinamento prolungato contribuisce alla straordinaria complessità di questo vino.

Pergole e colline

Il nostro percorso in compagnia di Giovanni Ponchia ci fa scoprire un territorio nel quale i produttori stanno lavorando con convinzione alla valorizzazione della Garganega e delle sue diverse espressioni. Le colline sono rivestite soprattutto di sistemi di allevamento tradizionali, tra cui la pergoletta veronese, accanto alla pergola vicentina e alla pergola veronese. Forme di allevamento che non rappresentano soltanto un elemento del paesaggio, ma sono parte integrante della storia agricola del territorio, favorendo l’esposizione delle foglie e proteggendo i grappoli dal sole eccessivo. A Gambellara la tradizione non è un’immagine da cartolina: è una pratica ancora viva.

Vitevis: la forza della cooperazione

La storia della Cantina di Gambellara, oggi parte di Vitevis, si inserisce nella lunga tradizione cooperativa della viticoltura vicentina. Nel 1947 furono 26 i viticoltori che fondarono la cantina con l’obiettivo di migliorare la qualità delle produzioni e dare maggiore forza al lavoro dei piccoli produttori. La viticoltura locale è infatti caratterizzata da numerosi piccoli appezzamenti e da una forte presenza di aziende familiari.

La verticale di Gambellara Classico

Tra gli assaggi più interessanti c’è la verticale di Gambellara Classico DOC di Vitevis: 2025, 2024, 2023 e la Magnum 2018. Una sequenza che permette di osservare l’evoluzione della Garganega e, soprattutto, di mettere alla prova un pregiudizio ancora diffuso: quello secondo cui un bianco debba essere necessariamente consumato giovane. A Gambellara il tempo può diventare un alleato. E la 2018 è una magnum sorprendente nei profumi complessi idrocarburici e di evoluzioni terziarie di goudron e smalti. Con una bocca pulita, verticale, di profondità e persistente.

Cavazza: due vigne, due interpretazioni

La famiglia Cavazza interpreta due vigne storiche della zona Classica, Bocara e Creari, dando vita a due Gambellara Classico DOC che, pur partendo dallo stesso vitigno, raccontano sfumature differenti dello stesso paesaggio. Bocara e Creari sono appezzamenti identificati per nome, luoghi nei quali la Garganega dialoga con la matrice vulcanica, con le diverse caratteristiche dei suoli e con le differenti esposizioni.

Creari, in particolare, propone una lettura più strutturata e complessa della Garganega. La vigna, a circa 240 metri di altitudine, presenta un terreno prevalentemente calcareo, con componenti vulcaniche e presenza di tufo e basalto. Le vigne più vecchie e le basse rese contribuiscono alla concentrazione del frutto. La vinificazione prevede un contatto del mosto con le bucce e un successivo affinamento sui lieviti, elementi che ampliano la profondità del vino senza ricorrere al legno. È una Garganega che non cerca di stupire con la forza, ma con la profondità.

Natalina Grandi: la dolcezza che non rinuncia alla freschezza

Tra gli assaggi più interessanti c’è il Recioto Vivace di Gambellara DOCG Metodo Classico di Natalina Grandi, ottenuto da Garganega in purezza proveniente dalla località Monte di Mezzo, su suoli vulcanici. L’uva appassisce in fruttaio per circa cinque mesi e il vino rimane sui lieviti per 60 mesi. Gli zuccheri residui raggiungono circa 110 g/l. Il colore è giallo dorato intenso, con tonalità calde che ricordano l’appassimento. Il perlage è fine. Al naso arrivano cedro e pompelmo canditi, gelatina di bergamotto, uva spina, sambuco, salvia, pesca sciroppata e mandorla tostata. Al palato è dolce, morbido e voluminoso, ma sostenuto da una buona freschezza. La chiusura è lunga, con una scia minerale che alleggerisce la componente zuccherina e invita a un nuovo sorso.

Il Vin Santo di Marchetto: il tempo nel bicchiere

Il Vin Santo di Gambellara di Marchetto, da Garganega in purezza proveniente da Monte di Mezzo, nasce da uve appassite sui picài per circa sei mesi e da una lunga fermentazione e maturazione in barrique. Il colore è ambrato, con riflessi mogano, luminoso e fitto. Il naso è un piccolo viaggio nel tempo: dattero, uva sultanina, miele di castagno, arancia candita, mallo di noce, curcuma, zenzero e incenso. Poi emergono sfumature balsamiche di eucalipto e rosmarino, insieme a note di caramello. In bocca la densità è importante, ma non manca l’equilibrio garantito dalla componente minerale. Il finale è lunghissimo, quasi sospeso.

Un vino da meditazione, di quelli che non chiedono accompagnamento, ma solo silenzio.

Tenuta Maule, l’outsider

Accanto alla tradizione c’è chi guarda decisamente al futuro. Tenuta Maule, oltre alla produzione classica di Gambellara, ha introdotto nei vigneti varietà PIWI, resistenti alle principali malattie fungine. L’obiettivo è ridurre l’impiego di fitofarmaci e portare il tema della sostenibilità direttamente dentro la pratica agricola. È un approccio che mette la sperimentazione al fianco della tradizione. Una presenza volutamente “outsider” che dimostra come anche un territorio dalla forte identità storica possa sperimentare senza perdere il proprio carattere.

Gambellara, un territorio che guarda avanti

La forza della Garganega a Gambellara sta forse proprio nella sua capacità di interpretare il luogo senza sovrastarlo. È un vitigno versatile, capace di dare vini quotidiani e immediati, ma anche espressioni più profonde e longeve, nelle quali emerge con chiarezza l’identità delle colline vicentine. La Garganega continua a essere il filo conduttore di una viticoltura che ha saputo conservare pratiche antiche, come l’appassimento sui picài, e contemporaneamente aprirsi alla ricerca, alla sostenibilità e a nuove forme di interpretazione.

Dalla dimensione cooperativa di Vitevis alle letture più parcellari di Cavazza e di Dal Maso, dalla ricerca sui PIWI di Tenuta Maule fino ai piccoli produttori come Marchetto e Natalina Grandi, emerge un territorio tutt’altro che immobile. È forse questa la vera forza di Gambellara: non avere bisogno di scegliere tra tradizione e innovazione. Il futuro della denominazione passa dalla capacità di custodire la propria identità, lasciandola però evolvere.

E così la Garganega, vitigno antico e apparentemente discreto, continua a trovare nuove parole per raccontare un territorio che, nel bicchiere, ha ancora molto da dire.


Monica TESSAROLO

Amore e Psiche. Psiche, sono io, psicologa di professione, nell’anima. Bacco è Amore per il vino.
Sommelier, Degustatore Ais e international wine judge, muovo i primi passi da bambina tra le vigne dei nonni valtellinesi. La metamorfosi un paio d’anni fa, quando coniugo Psiche e Bacco, per ritrovare il mio amore da bambina: divento inviata di un magazine, viaggiando alla scoperta di vini, terroir e storie. In seguito, divenuta autrice di  alcuni magazine, scrivo di vino in chiave psicologica, emotiva e creativa.

 

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