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POSITANO OLTRE IL TURISMO: IL CORAGGIO DI CUSTODIRE UN’IDENTITÀ

Da sartoria di famiglia a ristorante contemporaneo: la storia di Ohimà dimostra che il futuro dell'ospitalità passa dalla memoria, dalla filiera corta e da una cucina che rispetta il territorio prima ancora delle mode.

Testo e foto CG

Un caso studio.

Credo che oggi non sia importante tanto recensire un luogo, quanto usarlo per raccontare un fenomeno culturale.

L’esperienza degustativa al ristorante Ohimà, nel cuore della modaiola Positano, è stata lo spunto per raccontare non tanto un ottimo ristorante della Costiera, ma un tema più ampio: ovvero, come una nuova generazione di imprenditori abbia scelto di non inseguire il turismo di consumo, ma di costruire un modello sostenibile fondato su identità, cultura materiale e responsabilità.

l’oblò finestra di Ohimà, su uno degli scorci più iconici di Positano@TWM

Perché questa storia merita di essere raccontata?

Il vero tema è il cambio di paradigma. Negli ultimi anni, molta ristorazione ha rincorso l’effetto Instagram, il lusso esibito o la standardizzazione imposta dal turismo internazionale. La storia di Ohimà, invece, consente di parlare di qualcosa di più interessante: l’impresa familiare come presidio culturale.

interno locale@TWM

La trasformazione della sartoria della madre in un ristorante è una metafora molto forte. Non è una semplice riconversione immobiliare, quanto un passaggio di testimone: cambia il mestiere, rimane la filosofia del fare bene. Prima si cucivano abiti, oggi si costruiscono piatti, ma il filo è lo stesso: manualità, misura, qualità, rispetto.

Un messaggio che può parlare ai giovani senza risultare moralistico. Non “bisogna tornare alla tradizione”, ma piuttosto: “la tradizione è un capitale da cui partire per innovare”.

Oggi il vero lusso non è un cibo costoso o una cucina molecolare. Il lusso è il tempo necessario per scegliere un pomodoro coltivato bene, un olio prodotto da un piccolo frantoio, una cottura che non mortifichi l’alimento. Una forma di benessere, quasi un lusso etico, più che economico, che coinvolge salute, paesaggio ed economia locale.

La scelta di custodire ciò che esiste già.

Nel dibattito sulla ristorazione contemporanea si parla spesso di innovazione, meno di continuità. Eppure, in un Paese come l’Italia, il vero elemento di rottura potrebbe essere proprio la capacità di custodire ciò che esiste già: il patrimonio agricolo, le tradizioni gastronomiche, il sapere artigiano, la cultura familiare. In un luogo simbolo come Positano, dove il turismo internazionale esercita una pressione costante e crescente sull’identità del territorio, questa scelta assume un valore ancora più significativo.

la grande cucina a vista. In primo piano, di spalle, Luigi Collina@TWM

Ohimà non è solo il ristorante nato nel 2018 da un’iniziativa dei fratelli Luigi e Francesca Collina, ma un progetto che offre per uno spunto di riflessione oltre il semplice racconto gastronomico. Il ristorante non propone una rivoluzione culinaria, né rincorre le tendenze dell’alta cucina. Piuttosto, suggerisce un modello imprenditoriale che merita attenzione, soprattutto da parte delle nuove generazioni.

Luigi Collina con sua moglie@TWM

Il punto di partenza è già una dichiarazione d’intenti. Lo spazio che oggi ospita il ristorante era la sartoria della madre, Concetta, una delle tante attività che hanno costruito l’identità della Positano artigiana prima che diventasse una destinazione globale del turismo. Trasformare quel luogo in un ristorante non ha significato cancellarne la memoria, ma darle una nuova funzione. La moda lascia il posto alla tavola, ma resta intatto il valore del lavoro manuale, della qualità e dell’accoglienza. E’ cambiato il linguaggio, non la visione.

la grande scultura artistica all’interno del locale, un tempo Sartoria di mamma Concetta@TWM

Investire sulla permanenza.

In un’epoca in cui molte attività storiche cedono il passo a format replicabili e pensati per un consumo veloce, la famiglia Collina ha scelto, invece, la strada più difficile: investire sulla permanenza. Non solo quella dell’impresa familiare, ma anche quella delle relazioni con il territorio.

È una scelta che emerge nella costruzione della filiera. La materia prima non viene selezionata in funzione della spettacolarità del piatto, ma della sua autenticità. Le verdure arrivano dagli orti di Montepertuso e dalle aziende agricole locali; i latticini da piccoli caseifici che lavorano ancora secondo metodi artigianali; l’olio nasce dalla collaborazione con un frantoio del Cilento; conserve, miele e prodotti tipici sono il risultato di una rete di produttori che continua a dare valore all’economia locale.

Non è una scelta nostalgica. È un investimento sulla qualità e sulla sostenibilità, in un momento storico in cui la ristorazione è chiamata a interrogarsi sul proprio impatto ambientale e culturale. Accorciare la filiera significa ridurre gli sprechi, sostenere le economie di prossimità e preservare la biodiversità gastronomica di un territorio sempre più esposto al rischio dell’omologazione.

Stessa filosofia in cucina.

Le preparazioni evitano inutili esercizi di tecnica e privilegiano cotture che rispettano la materia prima, mantenendone consistenza, proprietà nutrizionali e identità gustativa. Marinature leggere, basse temperature, fritture asciutte, lavorazioni essenziali: ogni intervento sembra rispondere a una domanda semplice quanto spesso dimenticata. Quanto serve davvero modificare un ingrediente di qualità?

In questo approccio si ritrova una delle lezioni più attuali della cucina italiana: la modernità non coincide necessariamente con la complessità. Anzi, la vera innovazione può consistere nel togliere anziché aggiungere, lasciando che il prodotto racconti il luogo da cui proviene.

 

Crudo di gambero viola, pesca tabacchiera e mandorle In accompagnamento: Tenuta San Francesco – Per Eva, 2024 Costa D’Amalfi DOC – 60% Falanghina, 30% Ginestra, 10% Repella

Emblematico è il dialogo continuo tra terra e mare che attraversa il menu. Non come esercizio creativo, ma come naturale conseguenza della geografia della Costiera Amalfitana, dove gli orti convivono con il pescato quotidiano e gli agrumi definiscono il paesaggio quanto le scogliere. Piatti della memoria convivono con interpretazioni contemporanee senza perdere leggibilità, dimostrando che la tradizione non è un repertorio immobile, ma un patrimonio vivo che può evolvere senza snaturarsi.

Oltre la dimensione gastronomica.

Ecco che l’impegno di questi giovani imprenditori si traduce in un significato che supera la dimensione gastronomica. In un settore dove la velocità rischia spesso di prevalere sulla profondità, il progetto della famiglia Collina dimostra che esiste un’altra possibilità: costruire impresa senza recidere le proprie radici.

È un messaggio che riguarda soprattutto i giovani imprenditori. Innovare non significa necessariamente inventare qualcosa di nuovo, ma riconoscere il valore di ciò che si eredita e avere il coraggio di reinterpretarlo con strumenti contemporanei. Una sartoria può diventare un ristorante senza perdere la propria anima, se il filo che unisce le generazioni resta lo stesso: rispetto per il lavoro, responsabilità verso il territorio e fiducia nella qualità.

Una delle sfide più urgenti per destinazioni come Positano. Riuscire a conservare la propria autenticità mentre il mondo continua ad ammirarle. Perché il rischio non è l’arrivo dei visitatori, ma la perdita di ciò che sono venuti a cercare.

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