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NEIVE, CUORE DEL BARBARESCO DOCG: CENTO ANNI DI LANGA NEL CALICE

Dalla fondazione nel 1921 a oggi, la storia di Pasquale Pelissero continua con Ornella e Simone, custodi di una tradizione familiare che racconta l’anima autentica della Langa, con Barbaresco e vini di territorio, prodotti con passione e rispetto

testo e foto Andrea Li Calzi

 

La Langa

Parlare di Langa significa, otto volte su dieci, raccontare la storia di una famiglia che affonda le proprie radici in un territorio vitivinicolo ormai considerato tra i più vocati al mondo. Quella di Ornella e Simone Pelissero, rispettivamente madre e figlio, non fa eccezione. Il suddetto borgo è tra i comuni dov’è possibile, da disciplinare, produrre il celebre Barbaresco DOCG. Gli altri tre, per dovere di cronaca, sono Treiso, una parte della frazione San Rocco Seno d’Elvio del comune di Alba e ovviamente Barbaresco; tutti in provincia di Cuneo. Tra i vini piemontesi più importanti in assoluto, prodotto mediante uve nebbiolo, la DOC risale al 1966 ed è stata promossa DOCG nel 1980.

Simone e Ornella Pelissero@az. Pellissero

La storia del Piemonte è da sempre costellata di racconti che riguardano le famiglie. Non importa che esse appartengano a categorie nobiliari, borghesi o contadine: sono sempre le persone a tramandare aneddoti, tradizioni, usi e costumi; e il vino è sempre protagonista. Da ormai diversi anni si fa un gran discutere circa il volano turistico scatenato dall’Unesco, a seguito della proclamazione (datata 2014) riguardante i Paesaggi vitivinicoli delle Langhe-Roero e del Monferrato.

Da una parte, queste spettacolari colline – care a scrittori del calibro di Beppe Fenoglio e Cesare Pavese – prosperano ricchezza ed ogni giorno vengono frequentate da turisti provenienti da tutto il mondo, dall’altra, l’autenticità legate ad alcune immagini che ritraggono i mille volti, e la tradizione insita nelle botteghe storiche – ubicate nei comuni sopracitati – stanno pian piano scomparendo.

Parlando con Ornella, apprendo addirittura che alcuni anziani del luogo fanno fatica anche solo a trovare una panetteria, e sono costretti ad andare ad Alba anche per le piccole necessità. È tutto un susseguirsi di ristoranti, bed & breakfast, trattorie, enoteche e winebar; mi chiedo se tutto ciò non stia sfuggendo un po’ troppo di mano.

La risposta è ovviamente sì, ma il flusso è ormai inarrestabile. Anzi, considerando la qualità dei vini prodotti in Langa e la spettacolarità delle colline circonstanti, mi meraviglio del fatto che tutto ciò non sia accaduto già mezzo secolo fa.

Pasquale Pelissero

In mezzo a tutto questo pseudo “caos” turistico, anche se del tutto vivibile – s’intende – c’è chi continua ad inseguire il proprio traguardo lavorando con passione e tenacia, prendendo da tutto ciò soltanto il meglio. Ornella Pelissero, figlia di Pasquale colui che dà il nome alla storica Cantina langhetta, continua la tradizione familiare che vide gli albori nel 1921. Il suo nome è legato indissolubilmente al comune di Neive, patria di alcuni tra i più grandi Barbaresco presenti oggi sul mercato.

La nostra protagonista ama visceralmente queste terre e ha trasmesso la stessa passione a suo figlio Simone: classe 1999, diplomato alla Scuola Enologica nel 2018, rappresenta la quarta generazione. L’ impegno, la tenacia e la dinamicità innovativa dimostrate dalle “nuove leve” fa ben sperare per un futuro sempre più roseo. L’avventura in Casa Pelissero inizia grazie alla lungimiranza dei fratelli Giovanni e Giuseppe, con l’acquisto della Cascina Crosa dai Conti Cocito. Colui che più di tutti riuscì a consacrare la produzione del territo fu il figlio di Giuseppe, Pasquale, grande conoscitore delle vigne di nebbiolo che hanno reso celebre Neive e il Barbaresco, vino di punta dell’azienda.

La produzione e l’orientamento

Vengono prodotte ogni anno circa 45.000 bottiglie. L’orientamento è rivolto agli autoctoni di Langa: dolcetto, freisa, nebbiolo, barbera, moscato e favorita; la quota rimanente è rappresentata da una piccola parte di sauvignon e una esigua produzione in Alta Langa, a Castiglione Tinella (CN), nonché Cinque Terre, nella Frazione Corniglia del comune di Vernazza (SP). Quest’ultimo è un vero e proprio sogno nel cassetto realizzato da Ornella, grande estimatrice della Liguria.

La proprietà principale conta otto ettari di vigne a corpo unico attorno alla cascina. Percorrerla significa attraversare secoli di storia in cui la tradizione contadina ha lasciato segni indelebili sui tanti volti delle genti del luogo.Dal cortile è possibile udire lo scoccare delle ore del campanile di Neive, facendo pochi passi inoltre si giunge ai filari del cru San Giuliano, una delle 66 Menzioni Geografiche Aggiuntive consentite dal disciplinare del Barbaresco. La famiglia Pelissero è proprietaria di un vigneto situato nella MGA sopracitata. La storica vigna di famiglia fu piantata negli anni Novanta da Pasquale: quattro ettari attorno ad un classico ciabot, ovvero una casetta in mattoni, o tufo, solitamente utilizzata dai contadini per custodire attrezzi agricoli o per ripararsi dalla pioggia.

Giunti in loco è possibile ammirare la statua di San Giuliano che dà il nome allo storico cru di Neive – Non c’è documentazione certa ma c’era già quando nacque mio nonno Giuseppe nel 1901 – queste le parole di Ornella Pelissero – Era falegname, e fece la porta e le finestre del ciabot. Mi piace pensare che questa vigna e questo vino siano il legame che unisce le nostre quattro generazioni di contadini di Neive: da mio nonno a mio figlio Simone – conclude. Colline ben esposte, e con pendenze notevoli, dove nascono il Barbaresco Bricco San Giuliano e il Barbaresco Riserva Bricco San Giuliano, due vini fortemente voluti dalla nostra protagonista. Nel 2007, anno in cui viene a mancare Pasquale, l’azienda produce solo il Barbaresco Cascina Crosa, l’etichetta storica di Casa Pelissero. – Siamo rimasti produttori legati alla tradizione – aggiunge Ornella – utilizziamo solo botti grandi e classici metodi di fermentazione.

Neive

Situato a 309 metri sul livello del mare, il comune di Neive è certamente il più esteso del comprensorio: 609,48 Ha di vigneto, di cui 275,23 dedicati al nebbiolo da Barbaresco. Gli abitanti sono 3.279. Le origini come in tutta la zona sono lontane, si parla di una famiglia gentilizia romana del primo secolo a.C., Gens Naevia, ovvero stirpe di Nevio, da qui il nome Neive. Attorno al 1190 divenne comune, ed il suo territorio venne conteso ed influenzato dalle due città storicamente rivali, Asti ed Alba. Il Castello di Neive già nel XIX secolo fu stimato in tutta la nazione, grazie anche all’opera dell’enologo francese Luois Oudart, che si trasferì definitivamente e cominciò a realizzare vini di qualità notevole per l’epoca.

Il territorio

Il comprensorio vitivinicolo del Barbaresco DOCG, geologicamente parlando ha avuto origine nel Miocene; un po’ come tutta la Langa. Il suolo risulta compatto e solido e deriva dal ritiro del Mare Padano, si parla di circa 16 milioni d’anni fa. Il terreno è caratterizzato prevalentemente da argille, marne calcaree, marne bluastre, ma anche tufo, sabbie e gessi solfiferi.

Come per i più grandi territori vitivinicoli al mondo, la sovrapposizione e l’alternanza di questi strati fa sì che le viti regalino vini di grande complessità, eccellenza e notevole finezza, unite a corpo e struttura. Lascio un’altra volta la parola ad Ornella perché i suoi ricordi sono significativi a mio avviso, testimoniano un atteggiamento, e un’attitudine se vogliamo, che in Piemonte spero non vada mai persa – Sono cresciuta correndo tra i filari. Il profumo del vino, della terra e dell’uva sono impressi nella mia memoria di bambina. Se c’è un ricordo, sono gli occhi di mio padre: si illuminavano quando era in vigna. Prendere in mano la sua eredità non è stato facile. È stato un lavoro impegnativo che ha richiesto tanto impegno –.

Veniamo ora ai vini degustati in compagnia dei nostri protagonisti. Mi preme ringraziarli nuovamente per la squisita ospitalità riservataci.

Piemonte Spumante Metodo Classico Brut 2021: uve 100% pinot nero allevate a guyot, su terreni marnosi e calcarei posti a 400 metri sul livello del mare, all’interno del comune di Castiglione Tinella in provincia di Cuneo. Paglierino con riflessi oro antico. Perlage fine e carezzevole. Al naso un ricordo di biancospino e tiglio, scorza di limone e ribes bianco, uva spina e una nitida impronta che sa di calcare e smalto. Un sorso ricco di tensione acida ed al contempo sinuoso, carezzevole, grazie ad una carbonica fine ed una chiusura spiccatamente agrumata.

Cinque Terre Altomare 2024: uve bosco 70%, albarola 20% e vermentino 10% allevate all’interno degli spettacolari muretti a secco della Frazione Corniglia del comune di Vernazza (SP). Paglierino chiaro, vivace. Al naso ritrovo un profilo olfattivo piuttosto sobrio ed elegante: il frutto sa di susina gialla e scorza di limone, unito a toni salmastri, erbe aromatiche e un accento di smalto. Sorso slanciato, teso, vivo; freschezza citrina e un allungo sapido invidiabile.

Langhe Arneis Brunet 2024: paglierino dai riflessi piuttosto chiari. Una ventata fresca di mela Granny Smith e scorza di limone, presto addolcite da pesca e mango con incursioni di erbe aromatiche e una vena che sa di calcare. In bocca l’attacco è vivo, ricco di acidità e dall’impronta salina in grado di mostrare il potenziale delle vigne.

Langhe Favorita Emanuella 2024: paglierino chiaro con riflessi verdolini. Squaderna dolci ricordi di frutta opportunamente matura tra cui nespola, lime e melone d’inverno; ma anche ginestra e maggiorana. Attacco morbido, vivacizzato qua e là da lampi di acidità citrina lievemente in ritardo rispetto alla sapidità. Ancora giovane a mio avviso.

Langhe Sauvignon Gregoria 2024: paglierino con riflessi beige-verdolini. Timbro olfattivo mediamente intenso e giocato su toni vegetali e di frutta a polpa bianca; una scia di calcare impreziosisce l’insieme. Sorso mediamente sapido, il vino avvolge il palato mediante una sensazione di piacevolezza estrema che ben si adatta a svariati abbinamenti gastronomici. Forse un filo in ritardo la freschezza.

Vino Rosato Crosè 2024: rosa tenue riflessi molto chiari. Un bel mix di agrumi e frutti rossi di rovo accompagnati da una curiosa nota metallica e di cosmesi. Qui al contrario è la freschezza a dettare le regole, inserita in un corpo medio e una progressione per nulla banale. Bevibilità spinta ai massimi.

Langhe Bianco Simone 2023: chardonnay in purezza. Tinge il calice mediante una trama cromatica paglierino caldo con riflessi oro. Timbro intenso, speziato, con suggestioni di vaniglia, tocchi fumé e frutti tropicali piuttosto maturi. In bocca disegna curve sinuose, la rotondità è in primo piano e la freschezza fatica un po’ ad imporsi. Molto gastronomico.

Dolcetto d’Alba Cascina Crosa 2024: Rubino profondo, tonalità vivace e riflessi porpora. Ricordi vinosi cedono presto il posto ad una spezia suadente, susina nera matura e garofano selvatico, timo e liquirizia; in chiusura grafite e tabacco in foglie. Le sensazioni dolci-acide del frutto mostrano coerenza con quanto percepito al naso, il tannino è vibrante pur tuttavia dolce, e la sapidità marca profondamente in chiusura. Buono.

Barbera d’Alba Anna 2024: rubino vivace, profondo. Il frutto è ben maturo e richiama dolci note di ciliegia, mirtillo nero, ma anche un ricordo di grafite, noce moscata e in chiusura effluvi balsamici freschi e stimolanti. Anche in questo caso la freschezza non latita affatto, tuttavia il timbro è a vantaggio di una certa densità gustativa che a mio avviso andrà a diluirsi naturalmente col trascorre del tempo. Da attendere.

Barbera d’Alba Superiore 2021: rubino con riflessi purpurei. L’annata a cinque stelle regala un naso davvero prezioso. Alludo ad una sorta di fusione magistrale – in termini olfattivi – data da un frutto di rovo “croccante” ed il comparto floreale ancora fresco e spigliato. La coltra balsamica, in chiusura, impreziosisce ancor più l’insieme. Anche in bocca apprezzo la disinvoltura del vino, il fatto che impegna senza strafare, soprattutto la digeribilità intrinseca.

 Langhe Nebbiolo Pasqualin 2023: manto granato vivace, luminoso. L’esordio, al naso, richiama frutti croccanti: lampone, ribes, ciliegia matura e rintocchi balsamici di mentolo e pennellate floreali di violetta; anche timo e foglie di tabacco. Il tannino è vispo e di grana fine, apprezzo la digeribilità; è un vino che in bocca scivola con disinvoltura impegnando il palato con classe, austerità, senza imporre alcun peso.

Langhe Nebbiolo Simone 2024: granato luminoso, di buona trasparenza, ed un naso che sin da subito conquista per sottili aromi speziati, di erbe officinali e una bella viola fresca; il frutto è spigliato – pare di morderlo – la scorza d’arancia sanguinella rinfresca l’insieme accompagnata da effluvi minerali legati al terreno. È un vino che poggia su un corpo medio, la freschezza in questa fase risulta in leggero ritardo rispetto alla sapidità, lo trovo ancora un po’ nervoso, diamogli tempo. La materia c’è e si sente.

Barbaresco Cascina Crosa 2022: trama rubino intenso con riflessi granata. Timbro olfattivo in levare, per nulla sfacciato. Dopo lenta ossigenazione: terriccio bagnato, toni empireumatici e tabacco da pipa; il frutto è maturo, richiama la prugna e la mora selvatica. Mostra inesorabilmente il DNA di un’annata indubbiamente generosa. Lo si evince anche in bocca, mediante una sensazione di rotondità e pienezza che lo rende già piuttosto equilibrato nonostante un bel tannino ancora vispo.

Barbaresco San Giuliano 2022: rubino di media trasparenza con unghia granata. La musica in questo caso è diversa: frutti neri di rovo, tra cui mora e mirtillo nero, prugna – meno estrazione – in tandem ad erbe officinali, pepe nero e terriccio bagnato. Il tannino è vispo, avverto un equilibrio ancora parzialmente inespresso; è più che normale, considerando la longevità di questo Barbaresco.

Barbaresco San Giuliano Riserva 2020: granato di media trasparenza con sfumature color mattone. Al naso squaderna tutta una serie di frutti di bosco maturi, ancora ben lontani dalla confettura, e arancia rossa sanguinella. Con lenta ossigenazione timo, grafite, liquirizia, pepe nero e anice stellato. Nonostante la trama tannica ancora significativa, il vino “disegna” linee curve intervallate da guizzi sapidi, ed acidi, ben allineati tra loro. Ritrovo dunque un buon equilibrio nonostante la giovane età. Un grande San Giuliano insomma.

Moscato d’Asti Erica 2024: perlage fine e continuo tonalità paglierino chiaro, vivace. Al naso è un profluvio di frutti maturi, tra cui pesca noce, pera Williams e un fresco accento vegetale che ricorda il bosso e soprattutto la salvia. La dolcezza è continuamente vivacizzata da lampi citrini; in chiusura il frutto si ripresenta pieno ed appagante. Molto buono.

@Riproduzione riservata


Andrea LI CALZI

Sommelier Ais dal 2011, in tandem con Danila Atzeni, fotografa professionista e sua compagna, autrice, tra l’altro, degli scatti dei suoi articoli, è un grande appassionato per la materia tanto cara a Dio Bacco ed ama la purezza delle materie prime in cucina: proprio l’attività tra i fornelli l’ha fatto avvicinare al mondo del vino attorno al 2000.
Dopo svariati master di approfondimento sui più importanti territori vitivinicoli al mondo, nel 2021  ha ricevuto il 33° Premio Giornalistico del Roero. Scorre il nebbiolo nelle sue vene, vitigno che ha approfondito in maniera maniacale, ma ciò che ama di più in assoluto è scardinare i luoghi comuni che gravitano attorno al mondo del vino. Collabora, altresì, anche con altre note riviste di settore.

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