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COLLIO DA UVE AUTOCTONE, LE ULTIME NEWS

Dal “Coglianer” austroungarico al nuovo progetto dei produttori indipendenti: il Collio da Uve Autoctone prova a ritrovare la propria identità storica, tra autodisciplina, territorialità e un ostacolo inatteso — la frammentazione varietale dei vigneti tra Oslavia e Cormons.

Testo e foto Liliana SAVIOLI

Sono anni che ogni tanto mi passa una domanda per la testa. Per quale motivo il Collio da Uve Autoctone non viene prodotto da tutti i viticoltori del Collio e perché non diventa il vino bandiera di questa denominazione? Forse non tutti sanno di che vino sto parlando. Velocemente vi racconto la storia.

Un tempo c’era il vino bianco del Collio, per il mercato di lingua tedesca chiamato anche “Coglianer – Görzer weisswein”, un vero e proprio uvaggio. Dopo la Grande Guerra, con la ricostruzione della viticoltura, fu dato maggior spazio alla Malvasia istriana e al Tocai friulano, che divennero gli altri due componenti del Bianco del Collio, assieme alla Ribolla gialla che divento il Collio Bianco nel disciplinare del 1968 del neonato Consorzio Collio.

Ad inizio Anni ’90 nuovo cambiamento, mantenendo le varietà ma permettendo a tutte di essere fra il 15 e il 55%. Poi un’ulteriore modifica consente, tutt’ora, di utilizzare a piacimento altre varietà a bacca bianca al di fuori di quelle aromatiche. Poi nel 2017 viene fatta la proposta, da parte del Consorzio Collio, di un Collio Gran Selezione per ritornare a valorizzare i vitigni autoctoni e il territorio, ma non se ne fa nulla e il progetto venne abbandonato.

Nel 2023  4 produttori, ora diventati 9, hanno così deciso di proporre il Collio  Vino da uve autoctone: con l’utilizzo della bottiglia Collio Collio, di uscire con vino dopo almeno 18 mesi dalla vendemmia, la presenza delle sole varietà Ribolla gialla, Malvasia Istriana e il Friulano con prevalenza di quest’ultimo, la scritta Collio in fronte etichetta che sia più grande di qualunque altra scritta, la possibilità di affinamento in legno ed altre regole di autodisciplina.

Nessuna società, nessuna cordata solo una stretta di mano tra persone per bene. Progetto che non riuscivo a capire perché non decollasse , che non diventasse il filo conduttore, che non fosse un progetto di unione. Ma finalmente ho capito il perché di questa lentezza e di quella che io chiamavo ritrosia.

Dovete sapere che nella zona di Oslavia in quasi tutte le aziende son piantati friulano e ribolla ma non malvasia, mentre nella zona di Cormons sono presenti Friulano e Malvasia e non Ribolla. Per poter produrre il Collio  da Uve Autoctone ci vogliono tutte e 3 le uve e la scorsa settimana ho scoperto che molte aziende vedono di buon occhio questo progetto ma non hanno le uve adatte.

Me lo ha raccontato Kristian Keber dopo la presentazione della nuova annata, la 2023, del Collio Bianco da Uve Autoctone svoltasi  da Muzic nella sua magnifica sala da degustazione. In cooperazione con Gambero Rosso  e guidata  da Giuseppe Carrus, curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso.

Infatti, oltre ai 9 che già conoscevo, Muzic, Edi Keber, Terre del Faet, Marcuzzi, Korsic, La Rajade, Cantina Produttori di Cormons, Ronco Blanchis, Manià e Vigne della Cerva abbiamo anche degustato in anteprima le prove di vasca del  Collio  da Uve Autoctone di Tenuta Stella, Humar, e Specogna. Per esempio Humar avrebbe partecipato subito al progetto partito 5 anni fa ma non aveva la malvasia. Ci son voluti 5 anni perché fosse pronta per essere vinificata e finalmente dal 2025 anche loro avranno il loro blend e si potranno unire, tra 1 anno, al gruppo. Tempi lunghi ma risultati eccelsi.

Ma non vi ho raccontato nulla di come sono questi vini. Intanto c’è da dire che ognuno ha la propria classe e il proprio carattere donando emozioni diverse. Cosa li accomuna?

Come ha detto Carrus “LA MASTICABILITA”. Si sono vini masticabili adatti ad essere abbinati a piatti sostanziosi ma anche per un aperitivo al fresco sotto le fresche frasche o al calduccio in divano. Sono vini minerali che raccontano le storie delle diverse stratificazioni della Ponca (terreno  con  un’alternanza di arenaria e marna eocenica, ricca di calcare e potassio e fosforo), di pietre spaccate, di verticalità ma anche morbidezza, di fiori bianchi, di erbe aromatiche. In alcuni prevale il Friulano con i suoi idrocarburi, in altri la Malvasia si impone con la sua mandorla amara, in altri la Ribolla vuol dire la sua con i suoi tannini.

Insomma è un vino divertente bevuto in gioventù (comunque minimo 18 mesi dalla vendemmi) ma diventa appassionante se lasciato in cantina e bevuto dopo 4 o 5 anni. Il mio consiglio  è quello di acquistarne almeno 6 bottiglie, berne una appena acquistato e poi una all’anno, per capirlo meglio e farci amicizia. Magari festeggiare un compleanno o una ricorrenza.


Liliana SAVIOLI

Giornalista, Padovana DOC, Sommelier, esperto degustatore internazionale e docente, fa parte dell’Associazione ACAUD  in qualità di sensorialista. Cavaliere della Vitovska e Ambasciatrice del Festival Internazionale delle Malvasia di Portorose. Partecipa regolarmente alle commissioni per la determinazione delle DOC E DOCG del FVG. Collaborazione con Riviste di settore anche come delegata regionale del FVG.

 

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