Redazione
Il tempo non trascorre mai in modo ordinario alla Taverna del Capitano. Si muove come il mare di Nerano, torna indietro, cambia direzione e lascia tracce. Forse è proprio questo il segreto della storia della famiglia Caputo, che da quasi sessant’anni mantiene viva un’idea di cucina che attraversa le generazioni senza perdere la sua identità.

A Marina del Cantone, un piccolo paese sospeso tra la roccia e il Mediterraneo, il ristorante stellato della famiglia Caputo è molto più di un semplice luogo dove mangiare. È il racconto di un mestiere tramandato di generazione in generazione, imparando dai gesti dei padri e rispettando il mare, le materie prime e le persone.
Oggi, questo racconto entra in una nuova fase. Matteo Caputo, nato nel 2000, presenta “Imparo a nuotare“, un percorso che è non solo una dichiarazione d’intenti, ma una sorta di “confessione” generazionale. Il titolo è esaustivo: nessuna dimostrazione, ma intento di continuare ad imparare restando sulla scia del know how di una storia familiare importante.
Accanto a lui c’è sempre il padre, Alfonso Caputo, un riferimento dell’alta cucina italiana contemporanea e custode di una memoria gastronomica costruita negli anni con disciplina, intuizione e legame profondo con il territorio. E’ bene sottolineare, però che il passaggio di testimone non avviene solo per ereditarietà, ma richiede studio, distanza e ritorno.
Matteo, come molti figli delle grandi famiglie della ristorazione italiana, ha scelto di partire per poi tornare. Le esperienze all’estero, il confronto con altre cucine e linguaggi, e il sapere acquisito a scuola e nelle brigate internazionali gli sono serviti per guardare con occhi nuovi ciò che aveva sempre avuto davanti: il pescato di Marina del Cantone, gli orti della penisola sorrentina e i profumi di casa.

Una generazione che non rinnega i padri, ma prova a tradurli nel presente. Lo stesso accade in sala, dove Federica Di Mauro continua il lavoro della madre Mariella Caputo, contitolare con il fratello Alfonso e Sommelier di fama internazionale, mantenendo viva la cultura dell’accoglienza che alla Taverna del Capitano è sempre stata fondamentale. Non è un caso che il nuovo bistrot si chiami “Casa Caputo“. “Casa non indica la casa, ma è il cognome della nonna“, precisa Federica. “Caputo, invece, è quello del nonno. È un atto dovuto, prima ancora che affettuoso”.
In questo nome c’è il senso più profondo di questa storia: il futuro che non cancella le radici, ma le rinvigorisce.











