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VINI D’ABBAZIA 2026: A FOSSANOVA IL TURISMO RELIGIOSO DIVENTA STRUMENTO DI RECUPERO DELLA MEMORIA VITIVINICOLA

Tra monasteri, paesaggio e cultura del vino, la quinta edizione consolida un modello che trasforma il patrimonio monastico in leva contemporanea di sviluppo territoriale, formazione e turismo esperienziale.

testo e foto Alfredo CASCONE

La quinta edizione di Vini d’Abbazia, ospitata dal 12 al 14 giugno nell’Abbazia di Fossanova, ha confermato un’impostazione ormai consolidata: il turismo religioso come chiave di accesso ad una memoria storica che rischiava di essere dispersa per restituirla al presente attraverso il linguaggio del vino, della cultura e della formazione specialistica.

Il risultato è un modello originale, capace di superare la dimensione dell’evento promozionale per assumere i contorni di un laboratorio permanente dedicato alla valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale custodito per secoli dalle abbazie europee. Un percorso che parte dalla storia, attraversa il paesaggio e approda a una nuova idea di turismo esperienziale e sostenibile.

frame evento@SMS

L’Abbazia di Fossanova, tra i più significativi esempi italiani di architettura gotico-cistercense, non costituisce soltanto una scenografia di pregio. È il luogo emblematico per comprendere il ruolo che i monasteri hanno svolto nella costruzione delle identità agricole europee.

Per secoli le comunità monastiche sono state centri di trasmissione del sapere, luoghi di sperimentazione agronomica, conservazione della biodiversità e organizzazione economica del territorio. Tra tante, la viticoltura è stata indubbiamente una delle espressioni più evidenti.

La manifestazione ha tradotto questo patrimonio in un racconto contemporaneo, evitando ogni deriva nostalgica. La memoria, infatti, non è stata proposta come esercizio celebrativo, ma come strumento operativo per interpretare le sfide del presente: sostenibilità, tutela dei vitigni autoctoni, promozione territoriale ed evoluzione dell’enoturismo.

In tal senso, il seminario inaugurale dedicato al valore dei vitigni autoctoni ha assunto un significato particolarmente rilevante. Le riflessioni sviluppate da professionisti del mondo della produzione, del marketing e del turismo del vino hanno evidenziato come il recupero delle varietà storiche non costituisca un’operazione identitaria fine a sé stessa, ma una precisa strategia economica e culturale. Custodire la biodiversità significa, infatti, rafforzare l’unicità dei territori e costruire nuove opportunità di attrazione turistica.

@Aldo Festevole

Il fil rouge dell’intera manifestazione è stato proprio questo: riconoscere nel patrimonio monastico un archivio vivente di competenze, pratiche agricole e modelli di relazione tra uomo e ambiente ancora perfettamente attuali.

Le oltre trenta realtà vitivinicole provenienti da abbazie italiane e internazionali, affiancate da produttori territoriali e consorzi, hanno messo in luce un livello qualitativo elevato e una notevole capacità di interpretare il rapporto tra produzione e identità culturale. La selezione delle aziende partecipanti ha consentito di osservare approcci differenti ma decisamente accomunati da una medesima attenzione verso la tutela del paesaggio, la valorizzazione delle specificità territoriali e la sostenibilità delle produzioni.

Particolarmente efficace è stata la costruzione del programma delle masterclass, che hanno assunto una funzione ben diversa dalla tradizionale degustazione guidata. Un valore aggiunto che è riuscito ad offrire strumenti interpretativi e chiavi di lettura multidisciplinari.

Roberto Cipresso@Aldo Festevole

Coinvolgente e appassionata la conduzione di Roberto Cipresso, produttore, scrittore ed enologo tra i più rinomati del vino italiano, nella masterclass dedicata ai grandi rossi. L’enologo ha proposto una lettura del vino come sintesi di geografia, memoria e interpretazione del paesaggio, accompagnando il pubblico attraverso territori molto differenti tra loro, dalle Langhe alla Borgogna, dal Brunello di Montalcino fino alle produzioni laziali. Un approccio che ha consentito di comprendere come il vino sia innanzitutto il risultato di un dialogo continuo tra ambiente, storia e capacità interpretativa dell’uomo.

Vincenzo Mercurio@SMS

Di altrettanto interesse la masterclass guidata da Vincenzo Mercurio, enologo e winemaker di lunga esperienza, dedicata ai vini dei monasteri italiani. L’incontro ha evidenziato la straordinaria continuità storica di realtà produttive che ancora oggi riescono a mantenere intatta la propria identità pur confrontandosi con le esigenze dei mercati contemporanei. L’intervento di rappresentanti delle comunità monastiche ha ulteriormente rafforzato la percezione di una tradizione che non appartiene al passato, ma continua a produrre valore culturale ed economico.

frame di una Masterclass@Aldo Festevole

La masterclass conclusiva, affidata a Chiara Giovoni, ambasciatrice italiana dello Champagne, ha proposto un itinerario dedicato ai grandi bianchi, ai vitigni rari e alle bollicine d’autore, dimostrando come la leggerezza espressiva di queste produzioni sia in grado di raccontare con grande efficacia la complessità dei territori di origine. Una narrazione rigorosa, costruita su precisione tecnica e approfondimento sensoriale.

Merita una menzione anche il contributo scientifico della masterclass emozionale curata da Francesca Venturi e Giuseppe Ferroni dell’Università di Pisa. L’approccio interdisciplinare, che ha messo in relazione degustazione ed elaborazione emotiva attraverso metodologie di ricerca applicate alle neuroscienze, ha aperto prospettive interessanti per lo studio della percezione del vino e dei comportamenti dei consumatori.

inaugurazione@SMS

Altro fattore dell’edizione 2026, la capacità di intercettare un pubblico nuovo. La significativa partecipazione delle giovani generazioni, registrata sia ai banchi d’assaggio sia agli appuntamenti formativi, suggerisce l’esistenza di una domanda crescente di esperienze culturali strutturate e di un approccio al vino fondato sulla conoscenza piuttosto che sul consumo occasionale.

I numeri confermano la solidità del format: oltre 5.000 presenze e masterclass sold out testimoniano il consolidamento di una proposta capace di coniugare rigore scientifico, valorizzazione territoriale e promozione turistica.

Un’evento, Vini d’Abbazia che evidenzia come il turismo religioso può rappresentare una delle frontiere più interessanti dello sviluppo territoriale contemporaneo quando riesce a superare la dimensione contemplativa e si trasforma in esperienza culturale attiva.

Le abbazie tornano così a svolgere il ruolo che storicamente hanno sempre avuto: luoghi di produzione del sapere, di conservazione della memoria e di costruzione di relazioni. Il vino (ri)diventa il linguaggio attraverso il quale questo patrimonio torna a dialogare con il presente, offrendo un modello replicabile di promozione territoriale fondato su autenticità, competenza e sostenibilità.

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