testo e foto Carmen Guerriero
Con Carlo Petrini scompare non soltanto il fondatore di Slow Food, ma uno degli ultimi grandi intellettuali popolari italiani capaci di trasformare una visione culturale in un movimento mondiale.
Uomo di terra, di idee e di relazioni, Petrini ha saputo dare dignità politica, economica e sociale al cibo, restituendogli un valore che andava ben oltre il consumo. La sua battaglia non è mai stata semplicemente gastronomica: è stata antropologica, civile, identitaria.

Per oltre trent’anni il “padre” di Slow Food ha costruito un modello alternativo alla standardizzazione alimentare, opponendosi alla cultura dell’omologazione con una filosofia semplice e potentissima: il cibo deve essere “buono, pulito e giusto”. Buono perché legato alla qualità e al piacere; pulito perché rispettoso dell’ambiente, della biodiversità e delle risorse naturali; giusto perché capace di garantire dignità economica e sociale a chi produce.
Da Bra, nelle Langhe piemontesi, Petrini ha dato vita a una rivoluzione silenziosa ma radicale. Quando nel 1986 nacque Slow Food, in risposta simbolica all’avanzata del fast food e della cultura della velocità, pochi immaginavano che quel movimento sarebbe diventato una rete internazionale capace di incidere sul dibattito globale riguardante alimentazione, agricoltura, turismo e sostenibilità.
La sua intuizione più profonda fu comprendere che il cibo non è un semplice prodotto commerciale ma un racconto collettivo, un intreccio di storia, paesaggio, memoria, relazioni umane. Per Petrini la gastronomia era materia complessa: antropologia, economia, agricoltura, cultura, identità. Per questo guardava con preoccupazione alla trasformazione della cucina in spettacolo televisivo e alla progressiva separazione tra gastronomia e territorio.
“Non può esistere uno chef senza contadini, pescatori, allevatori e artigiani”, ripeteva spesso, criticando una gastronomia sempre più orientata alla spettacolarizzazione e sempre meno attenta alle comunità rurali. Un pensiero netto, che lo portava anche a denunciare il paradosso di una società dominata dagli chef-star mentre il lavoro silenzioso di milioni di donne, custodi storiche della cucina domestica e delle tradizioni popolari, restava invisibile.
Fondamentale, nel suo percorso, fu l’incontro con Rita Abbagnale, delegata nazionale e responsabile dell’Alleanza dei Cuochi e Pizzaioli Slow Food Campania e Basilicata. Un incontro che rafforzò ulteriormente la visione petriniana del recupero del rapporto tra cibo e territorio attraverso il racconto delle persone, delle comunità e delle produzioni locali.
Con il progetto dell’Alleanza dei Cuochi e Pizzaioli si è realizzato infatti uno dei più importanti strumenti di connessione tra produttori e pubblico. Cuochi, pizzaioli, allevatori, agricoltori e artigiani del cibo hanno trovato un linguaggio comune, fondato sulla valorizzazione delle filiere territoriali e sul recupero della memoria gastronomica. Non semplice promozione commerciale, ma una vera operazione culturale.
Per Petrini il recupero delle campagne rappresentava una questione decisiva per il futuro stesso delle società contemporanee. Il ripopolamento delle aree rurali non era nostalgia romantica, ma una concreta strategia di sopravvivenza. “Non mangeremo computer”, amava ricordare provocatoriamente, sottolineando come il ritorno alla terra fosse ormai una necessità storica prima ancora che economica.

La sua idea di futuro ruotava attorno a un nuovo patto tra città e campagna. Le aree urbane, secondo Petrini, sarebbero state costrette a ristabilire un’alleanza con i territori rurali circostanti per garantire sicurezza alimentare, equilibrio ambientale e qualità della vita. In questa prospettiva nasceva il concetto di “co-produttore”: il consumatore non più semplice acquirente passivo, ma soggetto consapevole e corresponsabile delle scelte agricole e alimentari.
Al tempo stesso Petrini ha sempre rifiutato l’idea di un progresso costruito contro la tradizione. L’innovazione autentica, sosteneva, nasce dall’esaltazione della saggezza contadina e dalla capacità di applicarla alle sfide contemporanee dell’ecologia integrale. Biodiversità, sementi antiche, allevamenti sostenibili, agricoltura di prossimità e tutela dei piccoli produttori costituivano i pilastri di questa visione.
Anche il turismo, nella riflessione di Petrini, doveva essere ripensato radicalmente. Il futuro non poteva essere lo sfruttamento intensivo dei territori o la trasformazione dei centri storici in vetrine senz’anima. “Il turismo del futuro parte dai cittadini residenti, dalla loro qualità della vita, dalla loro capacità di essere felici”, sosteneva. I turisti, spiegava, arrivano di conseguenza, attratti dall’autenticità di comunità vive e non da scenografie artificiali.
Per questo difendeva trattorie, mercati, botteghe e osterie come veri presìdi culturali. “Ogni volta che chiude una bottega è una perdita per tutti”, denunciava con amarezza, osservando la progressiva scomparsa dei luoghi della socialità italiana. Il vero viaggio, secondo Petrini, non passava dagli chef deliranti o dai ristoranti concepiti come palcoscenici, ma dall’incontro umano, dalla scoperta lenta dei territori, dai racconti delle persone.
La forza di Carlo Petrini è stata soprattutto umana. Chi lo ha conosciuto ricorda la capacità di sostenere le persone nei loro progetti, nella passione, nella costruzione dell’autostima. Slow Food, prima ancora che un’organizzazione internazionale, è stata pensata come una gigantesca rete di relazioni costruita sul rispetto reciproco e sull’ascolto.
Nel giorno simbolicamente dedicato a Santa Rita da Cascia, il pensiero corre inevitabilmente anche a Rita Abbagnale. Dopo di lei, Slow Food perde il suo padre fondatore, l’uomo che più di ogni altro ha promosso, sostenuto e difeso il movimento identificandolo con la propria stessa ragione di vita.

Certi incontri hanno davvero il sapore della Storia. Per alcuni di noi, avere avuto il privilegio di conoscere e affiancare Carlo Petrini e Rita Abbagnale in alcuni progetti ha significato comprendere che il cibo può ancora essere uno strumento di giustizia, felicità e comunità. Resteranno la sua guida, la sua forza, il sorriso, la determinazione e soprattutto l’esempio luminoso di un uomo che ha saputo trasformare un’intuizione culturale in un patrimonio collettivo.
Come sarà Slow Food dopo Carlo Petrini? Ai posteri l’ardua risposta.
Ma resta il seme di conoscenza e sensibilità. Quello sì, continuerà a germogliare nei campi, nelle cucine, nelle botteghe e nelle comunità che ancora credono nel valore profondo di un cibo davvero buono, pulito e giusto.
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