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CAMPANIA WINE, NAPOLI. IL VINO CAMPANO FA SISTEMA

Centouno aziende e cinque Consorzi riuniscono i principali territori vitivinicoli regionali. Oltre cento vitigni autoctoni al centro di un progetto che intreccia vino, biodiversità, cultura e turismo.

testo e foto Monica TESSAROLO

Centouno aziende, cinque Consorzi e un obiettivo condiviso: fare sistema per raccontare e valorizzare il vino campano. A Napoli, la terza edizione di Campania Wine riunisce i principali territori vitivinicoli regionali – Vesuvio e Campi Flegrei, Irpinia, Sannio, Caserta e Cilento – trasformando la città in una vetrina della biodiversità enologica campana.

Oltre cento i vitigni autoctoni censiti: un patrimonio straordinario che oggi cerca una nuova chiave di lettura, capace di intrecciare vino, territori, cultura, turismo e accoglienza. A fare da scenografia, la Galleria Umberto I e il Palazzo MUSAP.

La masterclass dei bianchi

La degustazione guidata da Othmar Kiem, direttore di Falstaff Italia, e Cesare Avenia, presidente del Consorzio VITICA e produttore, è un viaggio nella varietà dei bianchi regionali.

Si parte dall’Asprinio d’Aversa, vitigno estremo e identitario. Trentapioli di Salvatore Martusciello, Metodo Martinotti Brut, nasce dalle alte alberate aversane, dove le viti possono raggiungere i 12-15 metri. Agrumi e fiori bianchi al naso, poi un sorso teso, fresco e sapido. Dello stesso vitigno anche IX Denari – Cantine Palazzo Marchesale, secco, verticale e mediterraneo, espressione di una tradizione che affonda le radici nell’Ottocento.

Dal Vesuvio arriva Villadora Vigna del Vulcano Lacryma Christi 2023, bianco fresco e sapido, con agrumi, fiori bianchi e una delicata impronta minerale. Sempre vesuviano il Summa 2024 di Cantine Olivella, vitigno Catalanesca del Monte Somma: agrume, frutta bianca e una vena minerale netta.

Nel Sannio la Falanghina Identitas della Cantina di Solopaca punta su freschezza, fragranza e immediatezza, mentre il Cesco dell’Eremo 2022 della Cantina del Taburno mostra il lato più evoluto del vitigno, con maggiore morbidezza e complessità.

Il Cilento si esprime nel Pian di Stio 2025 di San Salvatore, Fiano elegante, sapido e strutturato, dalla lunga persistenza. Nell’Alto Casertano, invece, il Verginiano de Il Verro, Pallagrello Bianco, restituisce un profilo territoriale composto di agrumi, fiori e mineralità.

Interessante anche la Coda di Volpe di Masseria Frattasi, da vigne secolari di Cirignano, ai piedi del Taburno: morbida, sapida e luminosa. E l’Irpinia torna con il 1930 di Cantine di Marzo, Metodo Classico Brut Nature da Greco di Tufo: una bollicina verticale, secca e minerale che interpreta con precisione il territorio.

Le nostre scoperte

Tra gli assaggi che meritano attenzione c’è Masseria dello Sbirro, piccola realtà di Ercolano immersa nel paesaggio vulcanico vesuviano, dove si coltivano Lacryma Christi, Caprettone e Piedirosso, anche a piede franco.

Nel Casertano, la DOC Galluccio Bianco Acquamara-Porto di Mola 2022 unisce Falanghina, Greco e Fiano, con fermentazione in rovere e affinamento sui lieviti.

Il risultato è un bianco fresco, sapido e fragrante. Di grande identità anche il Falerno del Massico Bianco di Villa Matilde Avallone, ottenuto da Falanghina, mentre Sheep Extra Brut de Il Verro sorprende per originalità: Metodo Classico da Coda di Pecora, raro vitigno dell’Alto Casertano, con 30 mesi sui lieviti. Ginestra, agrumi, tensione e sapidità raccontano una biodiversità trasformata in bollicina.

I rossi campani

Se i bianchi sono una tavolozza, il rosso campano ha nell’Aglianico il suo interprete e protagonista principale: dal Taurasi all’Aglianico del Taburno, passando per Campi Taurasini e Aglianico del Sannio. Accanto, il Piedirosso, anima dei Campi Flegrei e di Ischia, presente anche nel Lacryma Christi Rosso e nel Falerno del Massico. Nel Cilento spicca il Castel San Lorenzo, mentre Aglianicone, Pallagrello Nero e Casavecchia testimoniano la ricchezza e il recupero di antichi patrimoni varietali.

Territori diversi, un’unica identità

È questa la fotografia che lascia Campania Wine: una regione vitivinicola fatta di territori differenti, vitigni identitari e interpretazioni sempre più articolate, ma capace di riconoscersi in una stessa cultura dell’ospitalità.

E a tavola tutto diventa più chiaro. I vini campani incontrano naturalmente la pizza napoletana, quella sottile, piegata “a portafoglio”, nata come cibo popolare e oggi ambasciatrice universale della città. Dalla pizza di Trianon alla pizza fritta, i bianchi freschi e sapidi, i rosati decisi, i rossi più agili e le bollicine trovano una grammatica comune: quella della convivialità.

È forse qui la vera forza del vino campano: non restare dentro la bottiglia, ma diventare esperienza. Dal calice alla tavola, dalle città al mare, fino ai borghi e alle aree interne. Un patrimonio che parla di paesaggio, cucina e cultura e che, soprattutto, fa stare bene.

(Copertina, panorama sul golfo di Napoli@M.Tessarolo)

Monica TESSAROLO

Amore e Psiche. Psiche, sono io, psicologa di professione, nell’anima. Bacco è Amore per il vino.
Sommelier, Degustatore Ais e international wine judge, muovo i primi passi da bambina tra le vigne dei nonni valtellinesi. La metamorfosi un paio d’anni fa, quando coniugo Psiche e Bacco, per ritrovare il mio amore da bambina: divento inviata di un magazine, viaggiando alla scoperta di vini, terroir e storie. In seguito, divenuta autrice di  alcuni magazine, scrivo di vino in chiave psicologica, emotiva e creativa.

 

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