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ENOTURISMO, EVOLUZIONE OLTRE IL CALICE (E OLTRE LA CAMPAGNA)

Tra rural retreat, sostenibilità e dialogo con l’arte contemporanea, con la presentazione del libro "Camera con vigna" di Vincenzo D'Antonio l’enoturismo si apre a pubblici inattesi e ridefinisce i propri confini culturali

Testo e foto AC

Presentato ieri martedì 24 febbraio a Napoli, presso la sede del Vomero delle Librerie Raffaello (via Kerbaker 35, Vomero – Metro Vanvitelli), l’ultimo libro del giornalista e scrittore Vincenzo D’Antonio, Camera con Vignaun’indagine puntuale e attuale sulle aziende vitivinicole italiane che, nel loro approcciarsi all’enoturismo, si sono dotate di dimore dedicate all’accoglienza notturna dell’enoturista: poche camere, confortevoli ed esclusive — non meno di due e non più di dodici — collocate nella stessa struttura aziendale o nelle immediate vicinanze, purché immerse tra i filari. Un modello che coniuga produzione, paesaggio e ospitalità in un’esperienza autentica e sostenibile.

Il dibattito nato attorno alla presentazione del volume ha evidenziato, però, anche una trasformazione strutturale del comparto, in cui l’enoturismo è chiamato a confrontarsi con pubblici eterogenei e sensibilità diverse, superando la dimensione esclusivamente degustativa per affermarsi come leva economica, culturale e territoriale, capace di dialogare anche con il contesto urbano e creativo.

Camera con vigna, presentazione ad un pubblico eterogeneo (anche a chi non beve vino)

Presentare un libro sull’enoturismo davanti a un pubblico eterogeneo può rivelarsi un banco di prova interessante. Accade soprattutto quando tra gli ascoltatori c’è chi non beve vino — magari per scelta personale — e guarda al mondo vitivinicolo con distanza culturale. È una sfida? Non necessariamente. Può diventare un’opportunità.

Il volume Camera con vigna affronta infatti un tema che va ben oltre il consumo del vino: racconta la trasformazione delle cantine in luoghi di ospitalità, la rigenerazione dei territori rurali, l’evoluzione dell’impresa agricola verso modelli esperienziali e sostenibili. E qui si apre il vero spazio di dialogo. E il dibattito si arricchisce.

Non solo degustazione, ma sempre più ecosistema culturale

Negli ultimi dieci anni, l’enoturismo italiano si è decisamente evoluto, passando dalla semplice visita in cantina con degustazione finale a straordinaria architettura rurale contemporanea, tra recupero del patrimonio edilizio agricolo, percorsi naturalistici tra vigneti, ristorazione territoriale, benessere e ospitalità slow. Sempre più le aziende investono in sostenibilità ambientale, agricoltura biologica, tutela del paesaggio, in armonia con i temi attuali che intercettano sensibilità trasversali, incluse quelle di chi non consuma vino.

Franciacorta, Paesaggio Primaverile@u.s.Attila&co

Un astemio può anche non essere interessato alla degustazione, ma può ben esserlo alla valorizzazione delle aree interne, alla biodiversità, alla qualità dell’accoglienza.

La leva culturale: territorio e comunità

Nel libro, il vino diventa strumento narrativo per raccontare i territori del nostro bellissimo Paese, ponendo l’accento su economie locali, l’occupazione giovanile, le filiere corte, i prodotti DOP di eccellenza produttiva e l’integrazione tra agricoltura e turismo. L’enoturismo è oggi una delle poche forme di sviluppo rurale capaci di generare valore aggiunto senza delocalizzare. Questo dato interessa chiunque abbia a cuore il futuro delle aree agricole italiane, indipendentemente dalle abitudini di consumo.

Inclusività e linguaggio

Eppure, c’è spesso il rischio che parlare di eventi dedicati all’enoturismo sia foriero della facile retorica del brindisi. Ma un approccio più ampio — centrato sull’esperienza, sul paesaggio, sulla cultura agricola — consente di includere anche chi non si riconosce nella dimensione alcolica. Parlare di sostenibilità energetica delle strutture ricettive, gestione del suolo e tutela ambientale, cucina vegetale nei wine resort, turismo lento significa costruire un discorso più contemporaneo e coerente con i tempi in evoluzione. Molte cantine oggi offrono orti biologici, percorsi didattici, esperienze sensoriali non necessariamente legate alla degustazione. L’enoturismo si sta trasformando in “rural hospitality”, un concetto più ampio e inclusivo.

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Arte urbana e nuove sensibilità

Molto interessante l’intervento tra il pubblico della titolare di una nota galleria di Arte contemporaneo nel cuore storico di Napoli, che ha stimolato una lettura diversa:L’esperienza enoturistica ideale non è necessariamente tra le vigne. Può essere nel cuore di una città stratificata, dove il vino dialoga con l’arte, l’architettura e la contemporaneità.”

Un punto di vista che, al di là dell’aspetto personale, intercetta una trasformazione in atto, in cui sempre più realtà vitivinicole aprono spazi urbani: wine bar identitari, showroom, luoghi ibridi dove il vino incontra design, musica, arti visive. In questa prospettiva, l’enoturismo non è solo destinazione squisitamente rurale, ma si presta a divenire anche esperienza culturale diffusa.

Ruralità e urbanità: un falso dualismo?

Il libro di Vincenzo D’Antonio si concentra sul modello “camera tra le vigne”, ma la riflessione appare ben estendersi al moltiplicarsi degli interessi del turista contemporaneo, sempre più in cerca di autenticità, narrazione, contaminazione culturale, esperienze immersive. Esperienze arricchenti ed emozionanti, per le quali un wine resort in collina ed una galleria d’arte nel centro storico possono condividere la stessa funzione: creare contesto, raccontare identità, offrire tempo di qualità. La differenza non è geografica, ma progettuale.

L’enoturismo come esperienza trasversale

Dunque, il dialogo con un pubblico eterogeneo in sala ha evidenziato un punto cruciale: l’enoturismo del futuro dovrà essere inclusivo. Non più solo: degustazione tecnica, visita produttiva, vendita diretta, ma anche racconto paesaggistico, dialogo con altre discipline, integrazione con arte e cultura, attenzione a modelli alimentari diversi. L’enoturismo urbano, evocato dalla Tolentino, può rappresentare un’estensione naturale del racconto territoriale: un presidio cittadino che connette il vigneto alla metropoli.

Una riflessione più ampia

Il confronto emerso durante la presentazione del libro ha mostrato come il vino non sia un fine, ma un medium culturale. La presenza di una parte di pubblico non necessariamente wine-oriented ha significato anche interrogarsi sul futuro del settore. Se l’enoturismo rimane legato esclusivamente al consumo di vino, rischia di restringere il proprio bacino culturale. Se invece diventa racconto di paesaggio, agricoltura, identità e innovazione, può dialogare con mondi diversi: ambientalismo, turismo sostenibile, gastronomia vegetale, architettura rurale. Alla luce di tali considerazioni, la presenza di un vegano astemio tra il pubblico non appare una provocazione, ma piuttosto uno stimolo. È la prova che il vino, oggi, deve essere raccontato come parte di un ecosistema culturale più ampio.

Un confronto che, oltre alle riflessioni, ha sembrato delineare un nuovo perimetro: quello di un enoturismo capace di parlare linguaggi diversi. In tale contesto, viene allora da pensare che forse la “camera con vigna del futuro”non sarà solo tra i filari, ma anche tra le pietre antiche di un centro storico, dove il vino diventa racconto, relazione e paesaggio culturale. Ed è proprio questa apertura che può rendere l’enoturismo un fenomeno maturo, dialogante, contemporaneo. Presentare Camera con vigna significa parlare di camere, di vigne, ma soprattutto di territori che si reinventano.

L’enoturismo non è solo il gesto rituale di un calice alzato: è un paesaggio che accoglie. E in quel paesaggio possono trovare spazio anche coloro che scelgono di non bere, ma non per questo rinunciano a comprendere e valorizzare la cultura agricola italiana.

Il vino deve dialogare con il mondo, non limitarsi a raccontare sé stesso

L’enoturismo italiano si trova oggi davanti a un passaggio cruciale: decidere se restare un’estensione commerciale della cantina o diventare un vero progetto culturale di sistema.

Il confronto emerso durante la presentazione di Camera con vigna ha mostrato un dato significativo: il pubblico è cambiato prima ancora dell’offerta. Tra chi non consuma vino ma è attento alla sostenibilità e chi immagina l’esperienza enologica dentro il tessuto urbano, emerge una richiesta chiara — il vino deve dialogare con il mondo, non limitarsi a raccontare sé stesso.

Il futuro dell’enoturismo non sarà determinato soltanto dalla qualità dell’accoglienza o dall’estetica dei wine resort, ma dalla capacità di interpretare il territorio come ecosistema culturale, capace di integrare agricoltura, arte, architettura, gastronomia e comunità. Se l’esperienza resta confinata alla degustazione, il perimetro si restringe. Se diventa narrazione di paesaggio, presidio identitario e piattaforma di contaminazione culturale, allora il comparto può crescere in autorevolezza e valore. La vera sfida non è portare più persone in cantina, ma riuscire a rendere la cantina un luogo capace di parlare anche a chi non ama bere.

E forse è proprio in questa apertura — tra vigna e città, tra calice e cultura — che si gioca la maturità dell’enoturismo italiano.

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