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PROTOCOLLO MISSOURI: WINE FANTASY O NEGLIGENZA CONSAPEVOLE?

Dal trauma della fillossera alla nascita del “piedefranco”: una riflessione storica e critica sull’identità della vite tra natura, linguaggio e innovazione viticola

Testo e foto Gaetano Cataldo

In natura un pino è semplicemente un pino, ma per la vite, compagna di viaggio dell’uomo lungo il cammino della civilizzazione, si è sentita la necessità di contrassegnarla con il nome composto “piedefranco”.

Certo, se non fosse stato per la tragica invasione della fillossera, i cui danni vennero accertati a partire dal 1863, forse non sarebbe stata necessaria questa associazione di parole, ma deve poter essere rilevato che, in luogo di Vitis Vinifera, piedefranco è nato per diversificare ciò che esisteva già in natura dal portinnesto.

Per quanto il termine sia bellissimo, per ciò che vorrebbe stare a significare, resta una sorta di neologismo della seconda metà del 1800, coniato per contrapporre e diversificare l’autentico dalla salvifica soluzione gentilmente offertaci dagli statunitensi per preservare ciò che rimase dell’ampelografia europea.

Protocollo Missouri@GaetanoCataldo

Ciò che segue non è una ricerca del peso della parola piedefranco, misurato attraverso l’efficacia di trasmettere una storia portentosa lunga ben 8000 vendemmie, né tantomeno un’analisi sull’enumerazione dell’uso della stessa parola entro la comunicazione del vino, per quanto se ne potrebbe discutere.

Questo pezzo è una semplice riflessione, ponendosi dei ragionevoli dubbi, per far luce e per osservare i fatti storici da diverse prospettive. Il Protocollo Missouri 1860 è il nome fittizio dato a questa riflessione, i cui dubbi scaturiscono da almeno cinque aspetti:

  1. gli States erano avanti anni luce nella ricerca in campo agronomico ed entomologico;
  2. Riley nel 1860 aveva già piena comprensione della fillossera in tutto il suo polimorfismo e ciclo vitale;
  3. prima della spedizione di viti americane infette, i carichi di barbatelle erano secchi e viaggiavano nella paglia;
  4. la Dottrina Monroe chiarisce non solo l’agenda politica degli Stati Uniti ma anche quella economica, ancora oggi drammaticamente sotto i nostri occhi;
  5. Le università europee accolsero di buon grado la generosità americana, lasciandosi spiegare cosa dovevano fare, quando lo dovevano fare e come.

Gli incidenti non accadono ma vengono provocati ed è sempre il fattore umano a determinarli. Ciò che è accaduto nella seconda metà del 1800 sarà stata negligenza consapevole?

Oltre la cronaca accettata della fillossera e alla chiusura del caso per accidentalità: come una serie di asimmetrie tecnologiche hanno ridisegnato il destino del vigneto antico.

Per comprendere l’arrivo della fillossera in Europa, bisogna guardare indietro di oltre 150 anni fa, tra le colline della Virginia e i corridoi di Washington. La crisi che ha sconvolto l’Europa non è figlia del caso, ma il punto di arrivo di un percorso istituzionale nato anche dai sogni infranti di chi voleva gli Stati Uniti diventassero il grande vigneto delle Americhe.

Piedefranco@GaetanoCataldo

Tutto comincia tra il 1771 e il 1807.

Thomas Jefferson, a Monticello, annotò nei suoi Garden Books il fallimento di 287 viti europee. Morivano tutte, sistematicamente. Jefferson non sapeva perché, ma quella sconfitta agronomica americana divenne il seme di un desiderio di risarcimento e rivalsa sul fallimento. La risposta arrivò nel 1855, quando Asa Fitch pubblicò le osservazioni sulla resistenza delle viti selvatiche americane: aveva capito che nel suolo americano viveva un agente letale, innocuo per le viti locali ma fatale per quelle europee.

L’eredità di Fitch e il perfezionamento dello studio sul terrifico afide

Oltre l’indiscusso merito della scoperta, Asa Fitch sottovalutò la pericolosità della fillossera, fermo restando il contesto scientifico che non gli consentiva di rilevarne la vera natura. Fu Charles Valentine Riley a raccogliere il testimone di Fitch nel 1860 e non fu certo un semplice osservatore: studiò e decodificò l’intero ciclo polimorfico della fillossera. Capì come l’insetto mutasse forma, dalle foglie alle radici, rendendosi invisibile per chi possedeva acume e spirito di osservazione.

Il trasporto ideale

Il tempo del vapore fece il resto. Tra il 1858 e il 1862, i piroscafi come la Pereire accorciarono la traversata a soli quindici giorni. La fillossera poteva viaggiare più comodamente impiegando più tempo per arrivare sulla sponda europea, ma sarebbe sopravvissuta alla traversata?

Piedefranco@GaetanoCataldo

La prima traccia documentata comparve a Londra: il 30 gennaio 1863, il professor John Obadiah Westwood identificò il parassita sul Gardeners’ Chronicle. Ma il colpo di grazia partì dai vivai del Missouri. Riley e Isidor Bush, ben sapendo che il parassita non sarebbe sopravvissuto al trasporto tradizionale a secco, imposero il sistema “zolla e muschio”: barbatelle vive in terra umida. Un incubatore perfetto creato apposta per far arrivare l’afide vivo, soprattutto perché i protocolli dell’epoca prevedevano la spedizione lenta, con barbatelle secche e avvolte nella paglia. Quando Balthazar Puget le piantò a Roquemaure nel 1863, il “paziente zero” era servito.

La resa: Montpellier e la morsa delle banche

Al Congresso di Montpellier del 1874, la scienza ufficiale scelse l’innesto. Fu la vittoria della “soluzione bionica” di Riley e Planchon sopra le resistenze naturali dei suoli franchi suggerite da Leo Laliman. Fu qui che l’operazione si fece finanziaria: iniziò l’era dei ricarichi speculativi del 400% dei cataloghi Bushberger e del drenaggio di capitali verso l’America. Le banche, con in testa il Crédit Lyonnais, non furono spettatrici: finanziarono la ricostruzione imponendo il modello americano, trasformando un debito biologico in un debito bancario perpetuo.

La crisi fillosserica si spoglia della sua veste di mero accidente fitopatologico per rivelarsi come un evento di frattura della storia della botanica europea e dell’indipendenza produttiva nel perpetuare la rigenerazione dei vigneti. Ciò a cui abbiamo assistito, forse, non è stata soltanto la salvezza di un patrimonio, almeno non in tutto, bensì a una forma complessa di transizione tecnologica applicata alla scienza agronomica, attraverso un dispositivo industriale vincolato e gentilmente offerto alle università europee.

Piedefranco@GaetanoCataldo

Sotto il profilo scientifico, l’imposizione del protocollo d’innesto ha sancito la fine della vite come organismo “autogovernato” pertanto. Gli studi più recenti di genomica e trascrittomica, molti dei quali pubblicati su testate del calibro di Nature Plants, hanno evidenziato come l’unione forzata tra la Vitis vinifera e i portinnesti selezionati nel Missouri abbia generato una disconnessione dei segnali biochimici tra apparato ipogeo ed epigeo.

Resta il vino, certo. Ma resta anche il dubbio che, sotto la cicatrice dell’innesto, si nasconda il prezzo di una sovranità tecnologica avanzata e di una riconoscenza a salvatori dell’ampelografia europea, almeno di ciò che ne è restato, che non abbiamo mai smesso di pagare. A questa generazione non resta che apprezzare, salvaguardare e valorizzare quel che resta di un mondo che al prezzo del progresso rinuncia all’evoluzione.

@Riproduzione riservata

(In copertina, Albero del Vino@Gaetano Cataldo)

Gaetano CATALDO

Best Sommelier of the Year ’22 at the Merano Wine Festival, F&B Manager and Journalist, Wine Specialist, Sake Sommelier, Cured Meats Technical Taster

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