testo e foto di Liliana Savioli
La durella, vitigno, diventando vino cambia genere ed ecco il Durello. Un vitigno autoctono, misconosciuto ai più ma non a me, per merito della famiglia di origine della mia mamma. Il nonno, gran gourmet nato nel 1899, abitava in provincia di Padova. Tra Padova e Vicenza e erano mitiche le sue incursioni nella pedemontana alla ricerca di vini di alta qualità da abbinare alle sue leccornie. Adorava lo spiedo di uccelletti con la polenta che faceva “brustolare” nella leccarda posta sotto il girarrosto.
A tale godurioso piatto non era semplice abbinarci un vino bianco, che lui amava particolarmente. Ecco allora venire in soccorso il Durello che andava ad acquistare nella zona di Montebello Vicentino, nelle vicinanze di Malo terra natia della sua sposa, durante escursioni in compagnia del farmacista e del Parroco. Partivano in macchina, una delle prime, e tornavano con il bagagliaio piano di damigiane. Durello per mio nonno e il farmacista e Recioto di Gambellara per il Parroco per dire messa. Potrei raccontarvi tanti altri ricordi di questi personaggi ma lo farò in un altro momento. Ora concentriamoci sulla durella, un vitigno che adora vivere in terreni vulcanici ricchi di basalti come lo sono i Monti Lessini, con poca acqua, ventilati e in collina.
Le sue uve si chiamano durella per l’importante durezza e resistenza della buccia, molto pruinosa e tannica. Il che ne fa la candidata ideale per lunghe macerazioni. Ecco allora nascere il Durello un vino con spiccata acidità, poco aromatico, croccante e muscoloso. Cosa se ne può fare di lui se non utilizzarlo come taglio per dar uno sprint in più a altri vini o spumantizzarlo.
Dal 1987 esiste la Doc Lessini Durello che, con l’ultima modifica al disciplinare del 2024, ha lasciato in vita un’unica tipologia, la “Lessini Durello” o “Durello Lessini” spumante prodotto con metodo Classico o Martinotti o Charmat.
Ho avuto la fortuna di andare a conoscere intimamente questa perla rara da Casa Cecchin. Uno dei pionieri per la valorizzazione e la riscoperta di questo vitigno è stato l’ingegnere Renato Cecchin a cui la figlia Roberta ha dedicato una riserva. “La nostra Riserva meritava di essere valorizzata, dovevamo decidere un nome e la scelta è stata immediata e quasi scontata: dedicarla a papà. Un riconoscimento alla tenacia e dedizione di chi ha creduto ed investito molto in un territorio, in un vitigno e nella sua spumantizzazione a metodo classico”, le parole di Roberta Cecchin. Sono più di 35 anni che l’ingegnere spumantizza il Durello con il metodo classico e prova che ti riprova ha finalmente trovato la quadra. Talmente tanto era l’amore per questo metodo che ha inventato e brevettato un metodo di remuage manuale ma velocizzato.
Una persona da sola, attraverso il suo esagono, riesce a ruotare contemporaneamente 273 bottiglie. Ma veniamo finalmente a godere di questo Durello spumantizzato metodo classico. Le uve vengono raccolte a piena maturazione a mano. In bottiglia sui lieviti per 60 mesi (vendemmia 2018, sboccatura 2024). Si presenta già con un colore tendente all’oro antico, bollicine piccolissime danzano signorilmente nel bicchiere. Al naso mi riporta in camminate lungo i fossati di acqua corrente in campagna delimitati dagli alberi di salici da vimini da cui si ricavavano le strope (cfr. legacci o cordicelle di salice da vimini), che servivano per legare le viti. Un sentore antico, rustico che richiama il vitigno.
Arriva subito dopo il minerale con il sulfureo. Il tutto coccolato da un vassoio di frutta matura con vicino una tarte tatin di pesche appena uscita dal forno che ci ammalia con la sua burrosità e fruttuosità. In bocca è tutto un altro ballare. E’ si setoso ma decisamente croccante, avvolgente ma anche scattante. Un vino dinamico con un retrogusto amaricante. Veramente starebbe benissimo con lo spiedo e la polenta di mio nonno. Devo anche dire che ho degustato con gran piacere anche il Pietralava, Durello fermo che ti racconta storie di minerali e vulcani.
Anche il Nostrum, metodo classico di 36 mesi sulle bucce, mi ha soddisfatto pienamente con la sua immensa, signorile, bevibilità. Incredibile il 100 mesi che riesce ancora a farti leggere il terroir senza scadere di un millimetro. Che dire se non grazie per la splendida accoglienza e per avermi fatto fare un salto nel passato familiare. Rimango a disposizione all’assaggio dei nuovi progetti. Non dico altro. Spero di potervi raccontare.
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Liliana SAVIOLI
















