testo e foto Andrea LI CALZI
Il Rossese di Dolceacqua
Ci sono territori che riescono a imprimere un’identità inconfondibile ai propri vini. Dolceacqua è senza dubbio uno di questi. Trattasi di un angolo estremo della Liguria occidentale, a pochi chilometri dal confine francese, dove il vitigno autoctono rossese ha trovato da secoli il suo habitat ideale, dando vita a vini per certi versi unici nel proprio genere. Frequento Dolceacqua e il Ponente ligure da sempre e, nel corso degli anni, ho avuto modo di approfondire il carattere di questa cultivar. Il rossese appartiene a quella ristretta schiera di uve che amo definire “elette”: varietà capaci di coniugare eleganza, personalità e una straordinaria capacità di raccontare il territorio da cui provengono.
Il colore può sorprendere per le sue sfumature, che talvolta si allontanano dal tradizionale rubino per avvicinarsi a riflessi granata e talvolta ciclamino. Il profilo aromatico è fine, arioso e raffinato, mentre il sorso conquista per freschezza, dinamismo e profondità. A rendere ancora più interessante il Rossese è la sua sensibilità nei confronti del luogo di origine: basta spostarsi da una valle all’altra, o persino tra vigneti confinanti, per coglierne espressioni differenti.

Non è un caso che nel 2011 il disciplinare del Rossese di Dolceacqua abbia introdotto le menzioni geografiche aggiuntive, riconoscendo ufficialmente l’intera varietà di interpretazioni. Oggi più che mai rispecchia l’idea contemporanea di vino ricercata da molti appassionati: meno concentrato e muscolare, più giocato sulla bevibilità, sull’equilibrio e sulla capacità di accompagnare la tavola senza sovrastarla.
Un paesaggio unico tra mare e montagne
Il territorio di Dolceacqua rappresenta uno dei comprensori viticoli più affascinanti d’Italia. Le vigne si distribuiscono tra le valli Nervia, Verbone, Borghetto, Rio San Luigi e Roia, formando un mosaico di terrazzamenti e piccoli borghi che si estende tra il mare e le Alpi Marittime. Qui il paesaggio è spettacolare: colline che raggiungono frequentemente i 500 metri di altitudine, montagne che superano i 2.000 metri e il Mediterraneo sempre presente all’orizzonte. Un contesto naturale che, in passato, ha ispirato anche scrittori come Francesco Biamonti.
Naturalmente non mancano le difficoltà. Il Rossese è una varietà complessa da coltivare: presenta una buccia sottile, è sensibile alle condizioni climatiche e tende a offrire rese discontinue. Per questo motivo richiede grande esperienza, pazienza e una cura costante del vigneto. Un ruolo fondamentale è svolto dai venti che attraversano le vallate provenendo dalle Alpi e dall’influenza mitigatrice dei corsi d’acqua. Questi elementi contribuiscono a mantenere le vigne sane e a limitare i problemi dovuti all’umidità.
Il percorso di Roberto Rondelli
In questo contesto si inserisce la storia di Roberto Rondelli, vignaiolo di Camporosso profondamente legato alla propria terra. Fin da giovane coltiva un sogno preciso: produrre un Rossese capace di esprimere fedelmente il territorio di Dolceacqua. Un progetto che affonda le proprie radici nella tradizione familiare tramandata dal bisnonno, passando per il nonno Pepin fino al padre Danilo.
Terminati gli studi superiori, nel 2000 Roberto decide di recuperare i terreni di famiglia situati nella zona di Migliarina, una delle trentatré storiche nomeranze previste dal disciplinare del Rossese di Dolceacqua. Un termine antico che identifica quelle che oggi chiameremmo menzioni geografiche, cru o unità geografiche aggiuntive. Le nomeranze rappresentano uno degli aspetti più affascinanti della denominazione e testimoniano il grande lavoro di ricerca svolto negli anni da studiosi e produttori del territorio.
Tra queste figurano zone oggi particolarmente rinomate come Brunetti, Migliarina, Monte Curto, Arcagna, Terrabianca, Luvaira, Beragna e molte altre. Nei primi anni Roberto impianta rossese, vermentino e pigato nei terreni di Migliarina, a quote comprese tra i 200 e i 400 metri sul livello del mare. Parallelamente approfondisce le proprie conoscenze confrontandosi con altre realtà vitivinicole italiane ed estere, consapevole che la crescita professionale passi dall’osservazione e dal continuo confronto.
Per qualche tempo conferisce le proprie uve ad altre aziende, considerandolo un importante periodo di formazione. La svolta arriva nel 2009, quando realizza la prima vinificazione con il proprio marchio.
Una filosofia produttiva orientata al territorio
Alla base del progetto Rondelli c’è una visione molto chiara del vino: rispetto della terra, attenzione ai dettagli e volontà di rappresentare il territorio senza compromessi. Nei vigneti vengono applicati i principi dell’agricoltura biologica insieme ad alcune pratiche ispirate alla biodinamica, con l’obiettivo di preservare l’equilibrio naturale dell’ambiente. Lo stesso approccio prosegue in cantina, dove l’intervento umano viene ridotto al minimo attraverso fermentazioni spontanee, utilizzo esclusivo di lieviti indigeni e limitate aggiunte di solforosa. Il 2012 rappresenta una tappa fondamentale del percorso aziendale con la nascita dei primi Rossese ottenuti tramite fermentazione spontanea. L’anno successivo la stessa filosofia viene estesa anche ai vini bianchi, Vermentino e Pigato, sperimentando inoltre l’impiego di parte degli acini interi durante la vinificazione. Roberto è convinto che ogni componente dell’uva contribuisca all’identità del vino e che il compito del vignaiolo sia soprattutto quello di interpretare e accompagnare il lavoro della natura.
La cantina e i vigneti
Sempre nel 2012 l’azienda si trasferisce nella nuova sede di Località Brunetti, a Camporosso, in Valle Roia, più vicina ai vigneti e maggiormente integrata con il territorio. Oggi il nucleo principale della proprietà si sviluppa su circa 3,5 ettari nella zona di Migliarina. Qui predominano le marne azzurre di Ortovero, accompagnate da affioramenti di conglomerati di Montevilla. Un’altra parcella particolarmente significativa si trova in località Monte Curto, a breve distanza da Migliarina ma su un versante più caldo e soleggiato, esposto a sud. Nelle giornate limpide lo sguardo riesce addirittura a raggiungere la Corsica. In quest’area domina la complessa Formazione Marnoso-Arenacea nota come Flysch di Ventimiglia, mentre le vigne di Rossese hanno mediamente circa quarant’anni di età.
Per quanto riguarda i sistemi di allevamento, il rossese viene coltivato prevalentemente ad alberello, forma tradizionale particolarmente adatta alle condizioni locali. Vermentino e pigato sono invece allevati principalmente a guyot. Grazie a una viticoltura attenta e a una filosofia produttiva coerente, Roberto Rondelli si è affermato come uno degli interpreti più autentici del Rossese di Dolceacqua contemporaneo: un vino che continua a raccontare, con eleganza e precisione, uno dei territori più affascinanti della Liguria.
Geologia e carattere del vino
La complessità del Rossese trova spiegazione anche nella straordinaria varietà geologica del territorio. I suoli sono prevalentemente drenanti e caratterizzati dalla presenza di scisti, marne argillose, arenarie e conglomerati, con differenze sensibili da una vallata all’altra. Si possono individuare due grandi matrici geologiche principali: da un lato arenoscisti, alberesi e marne argillose; dall’altro conglomerati, sabbie e formazioni caratterizzate da forti inclinazioni degli strati rocciosi.
Queste caratteristiche conferiscono ai vini profondità, sapidità e una capacità evolutiva spesso sottovalutata. Eppure, una buona parte delle bottiglie prodotte viene consumata entro i primi due anni dalla vendemmia, complice una produzione complessiva che oscilla mediamente tra le 260.000 e le 300.000 bottiglie annue. La viticoltura locale resta fortemente legata al lavoro manuale: i terrazzamenti e le pendenze rendono infatti impossibile qualunque forma significativa di meccanizzazione.
Veniamo ora ai vini presentati da Roberto Rondelli e dalla sua compagna Monica Cinquini, che ringraziamo caldamente per l’ospitalità, per la visita agli stupendi vigneti di famiglia e per aver condiviso tanti aneddoti.

Terrazze dell’Imperiese Bianco Birbante 2024
Nasce da uve vermentino coltivate nel settore più caldo della località Migliarina. Una quota delle uve fermenta sulle proprie bucce, mentre la restante parte viene vinificata in bianco. Terminati i processi fermentativi, le masse vengono unite e avviate a un affinamento di almeno sei mesi in tonneau di rovere francese. Nel calice si presenta con un classico giallo paglierino luminoso. Al naso emergono note nitide e croccanti di pesca noce, cedro candito e melone d’inverno, accompagnate da una marcata componente minerale che richiama chiaramente l’origine del suolo. Il sorso è dinamico e succoso, sostenuto da una sapidità vigorosa che trova sempre un perfetto equilibrio in una freschezza ben calibrata.
Terrazze dell’Imperiese Bianco Vigna Ciotti 2024
Protagonista è il pigato, altra varietà simbolo della Riviera Ligure di Ponente. Le uve provengono dalla vigna “Ciotti”, situata nell’area più fresca di Migliarina. La vinificazione segue un approccio tradizionale in bianco e il vino rimane in acciaio per sei mesi. Il colore è un paglierino brillante. Il profilo olfattivo alterna polpa e freschezza con richiami a pesca noce, melone d’inverno e scorza di limone. Le sfumature floreali di ginestra e tiglio introducono una ricca componente di erbe aromatiche, nella quale spicca la maggiorana, presenza quasi inevitabile nei paesaggi liguri. Sul finale affiora una delicata suggestione di pietra focaia. Al palato si distingue per precisione e armonia, con ritorni agrumati e una viva sapidità che accompagna la degustazione senza mai risultare invadente. Buonissimo.
Vino Bianco Mà
Prodotto in quantità limitatissime, questo vino bianco nasce da una viticoltura sartoriale e da un approccio in cantina che bandisce le chiarifiche forzate, affidandosi a fermentazioni spontanee con lieviti indigeni. Al calice ritrovo un giallo paglierino intenso, attraversato da vividi riflessi dorati che ne testimoniano la ricchezza estrattiva e il contatto con le bucce in vinificazione. Il timbro olfattivo è sobrio ed influenzato da netti sentori di macchia mediterranea: rosmarino, salvia e timo selvatico. Subito dopo emerge la polpa di frutta a polpa gialla – mela matura e pesca nettarina – arricchita da una sferzante scorza d’agrume. In chiusura ritrovo una sensazione salmastra e iodata. In bocca stupisce per l’impatto ritmico e la verticalità del sorso. È un vino “croccante” in cui la spalla acida – vibrante e affilata – dialoga perfettamente con una rotondità rassicurante e una struttura solida. Lunghissimo.
Dolceacqua Marne Blu 2023
Prodotto esclusivamente con uve rossese provenienti dalla nomeranza Migliarina, caratterizzata dalle marne blu, ovvero le argille di Ortovero. La fermentazione spontanea si svolge in acciaio per circa quindici giorni. Dopo una breve permanenza nel medesimo contenitore, il vino viene trasferito in tonneau di rovere, dove sosta per almeno dieci mesi. Il colore si colloca tra il rubino e il granata, mantenendo una bella limpidezza visiva. L’olfatto mette in evidenza ciliegia matura, spezie dolci generate sia dal vitigno sia dall’affinamento in legno, richiami alla macchia mediterranea e una chiusura che ricorda il ginepro e il garofano selvatico. Il sorso si sviluppa con progressione armoniosa tra freschezza e materia, sostenuto da un centro bocca di media consistenza e da un frutto perfettamente maturo che conferisce profondità. Un vino persistente, appagante e ben bilanciato.
Dolceacqua Arenaria 2023
Rossese in purezza proveniente da vigneti radicati sui Flysch di Ventimiglia del cru Monte Curto e della zona Migliarina. Parte delle uve viene diraspata e pigiata, mentre una quota viene lasciata a grappolo intero. La fermentazione spontanea si protrae per circa dieci giorni e l’affinamento avviene in acciaio per sei mesi. Il vino apre il proprio ventaglio aromatico su iris, viola, pepe nero, ribes e ciliegia matura. L’acidità, in questa fase evolutiva, si mostra particolarmente vivace, sostenuta da una struttura misurata e da una chiusura decisamente salina e coinvolgente. Un vino ancora in piena evoluzione.
Dolceacqua Superiore Roja 2023
Per presentare il Dolceacqua Superiore Roja 2023, vale la pena partire dalle parole dello stesso Roberto Rondelli – Il Roja è la sintesi del mio percorso come vignaiolo, nato con l’obiettivo di rivendicare le potenzialità della Liguria di ponente e di questo vitigno. Un vino pensato per avere una grande propensione all’invecchiamento, coniugando struttura e armonia. La base tannica è importante ma setosa, ho estratto la bellezza del Rossese, il livello alcolico abbastanza elevato e le dolcezze avvolgenti fanno tendere verso una interminabile profondità. Quello che ricerco è l’emozione – Le uve provengono da vigneti ad alberello situati a Migliarina, per un’estensione complessiva di circa 3,5 ettari, su terreni composti da marne azzurre di Ortovero e affioramenti di conglomerato di Montevilla. L’affinamento avviene in barrique, alcune delle quali già ampiamente utilizzate, per circa un anno, seguito da ulteriori mesi di riposo in bottiglia.
Il vino si presenta con una veste rubino-granato intensa e profonda, sostenuta da un ottimo estratto. Il bouquet è austero, affascinante: ci si ritrova immersi nella macchia mediterranea, attraversata da richiami di ciliegia croccante, rosa rossa, pepe nero, chinotto e persino grafite. Con l’ossigenazione emergono sentori di sottobosco e terra umida che ne amplificano la complessità. Al palato conquista per naturalezza e armonia, senza mai apparire forzato. Riempie la bocca e colpisce soprattutto l’assenza di qualsiasi percezione eccessiva dell’alcol. Un vino, lunghissimo, sostenuto da una sapidità che esprime con chiarezza l’identità del cru Migliarina.
(In copertina, scorci di territorio@A. Li Calzi)

Andrea LI CALZI

















