testo e foto Monica TESSAROLO
C’è un punto, nel cuore della Sardegna, in cui la storia sembra non essere mai davvero finita. È Barumini, nella Marmilla, dove la pietra del Su Nuraxi emerge dal paesaggio come una presenza quasi primordiale. Le torri, le cortine murarie, le grotte, i corridoi e gli ambienti del complesso villaggio nuragico non sono soltanto una straordinaria testimonianza archeologica: sono la traccia di una civiltà che ha modellato il proprio rapporto con il territorio e con le sue risorse.
Riconosciuto patrimonio mondiale dall’UNESCO, Su Nuraxi è il simbolo più celebre della civiltà nuragica. Ma per comprendere davvero Barumini bisogna andare oltre le sue pietre. Bisogna osservare ciò che le circonda: la terra, il vento, la luce, i campi e le vigne. È qui che il racconto della Sardegna antica incontra quello della Sardegna del vino.
Un paesaggio che è memoria
La Marmilla situata nella parte centro-meridionale dell’isola si estende tra il Campidano, il Monte Arci, la giara di Gesturi e la Trexenta, tra Cagliari e Oristano, è una terra dalle forme morbide, diversa dall’immagine più aspra e marina che spesso accompagna il racconto dell’isola. Le colline, i campi coltivati e gli affioramenti rocciosi, costruiscono un paesaggio agricolo nel quale, la presenza dell’uomo, si legge da secoli.
Il nuraghe appartiene a questo paesaggio tanto quanto la vigna. Entrambi raccontano un rapporto con la terra fatto di adattamento, conoscenza e continuità.
È una prospettiva interessante anche per leggere l’ IGT (Indicazione Geografica Tipica) Isola dei Nuraghi, denominazione dal 1995, che abbraccia l’intero territorio della Sardegna e che prende il nome proprio da uno dei simboli più riconoscibili dell’identità isolana: i Nuraghi. Qui il riferimento al nuraghe non è soltanto geografico o evocativo: diventa una sorta di filo narrativo capace di unire passato e presente.
Nei calici dell’Isola dei Nuraghi convivono infatti vitigni e interpretazioni differenti, espressione della straordinaria varietà del patrimonio vitivinicolo sardo. Rossi, bianchi, rosati, passiti e vini da uve internazionali o locali possono trovare spazio nella denominazione, offrendo una fotografia più ampia e articolata della viticoltura contemporanea dell’isola.
Dal nuraghe al calice
Bere un vino prodotto in Sardegna significa spesso confrontarsi con un’identità molto forte. Il Mediterraneo è presente nei profumi, nella maturazione delle uve, nella sapidità, nella luce che accompagna i vigneti. Ma la Sardegna vitivinicola non è una realtà immobile: accanto ai vitigni storici e alle denominazioni più conosciute, esiste una produzione capace di sperimentare, reinterpretare e raccontare il territorio con linguaggi nuovi.
L’IGT Isola dei Nuraghi rappresenta anche questa possibilità. Una denominazione ampia, nella quale il nome stesso richiama immediatamente il patrimonio archeologico dell’isola e diventa, nel mondo del vino, una firma territoriale.
A Barumini questo legame assume un significato particolare. Qui il nuraghe non è un’immagine astratta utilizzata per raccontare la Sardegna: è una presenza fisica, monumentale, immersa nella campagna. Davanti a Su Nuraxi, il tempo sembra disporsi su più livelli: quello della civiltà nuragica, quello della lunga storia agricola dell’isola e quello della viticoltura di oggi.
Scoprire Cantina Lilliu, dal nome del padre dell’archeologia nuragica che guidò negli anni Cinquanta proprio gli scavi di su Nuraxi a Barumini, a Ussaramanna in Marmilla, a circa 15 Km da Nuraxi, di soli 4 ettari con vigne che maturano con l’aridocultura, dove varietà di erbe spontaneee e leguminose tra i filari nutrono e curano il terreno in modo sostenibile, è un privilegio.
Il loro Cantaru (sorgente in sardo) bianco IGT isola dei nuraghi, creato dall’unione di vermentino, malvasia e nasco. Sei mesi in acciao e poi bottiglia. Sprigiona profumi di fiori della macchia mediterranea come asfodelo, elicriso e corbezzolo, pesca bianca e mandarino. Intenso, sapido, persistente, elegante, morbido ed equilibrato.
I sapori di un’isola
Il viaggio da Barumini può quindi continuare idealmente dal calice alla tavola. Perché la cultura del vino, in Sardegna, non può essere separata dalla gastronomia e dal paesaggio. Ed è proprio la convivialità a riportare il viaggio al punto di partenza. Il nuraghe era il centro di una comunità; oggi il vino può diventare uno degli strumenti attraverso cui quella comunità, trasformata dal tempo, continua a raccontarsi e a mettersi al centro.

Prendiamo un altro ottimo e originale Isola dei Nuraghi rosso IGT di Atzara nel territorio del Mandrolisai: Istentu di Fradiles (cugini in sardo). Istentu evoca quello sforzo e fatica che fai per ottenere qualcosa con impegno. 80% Aniga de Santu Antiogu (carignano) e 20% autoctoni. Affina circa 12 mesi in barrique di 2 passaggio e successivi 12 mesi in bottiglia. Colore rosso rubino intenso e brillante, con note di piccoli frutti rossi di bosco e macchia mediterranea come lentischio (chessa), cardo, mirto e note balsamiche di eucalipto e rosmarino, tannino fine, grande freschezza e sapidità prolungate.
Dal Nuraghe all’IGT Isola dei Nuraghi
Visitare Su Nuraxi significa certamente entrare nella storia. Ma, significa anche, guardare una Sardegna che non si esaurisce nei suoi monumenti più celebri.
Il valore del Nuraghe di Barumini sta forse proprio in questa capacità di mettere in relazione archeologia e paesaggio, cultura e agricoltura, passato e presente. La pietra racconta ciò che è stato. La vigna racconta ciò che continua. Se non ci fosse l’IGT Isole dei Nuraghi che riguarda tutta la Sardegna, permettendole di produrre vini con maggiore libertà rispetto alle Doc, valorizzando così blend tra vitigni autoctoni e internazionali e soprattutto vitigni autoctoni meno diffusi, non avremmo mai conosciuto grandi vini come il Turriga e il Korem di Argiolas a base di Bovale, Carignano e Cannonau. O Arvisionadu Faula di Cantina Dessena da vitigno rarissimo: l’ arvisionadu che può esprimersi proprio nella IGT Isola dei Nuraghi. Non mancano gli orange o macerati Isola dei Nuraghi IGT come Migiu (dal vitigno semidano in sardo) di Elena Casadei linea le anfore e i passiti come Sole Ruju di Vigne Surrau 100% Caricagiola isola dei nuraghi IGT passito.

Ho accolto il parere critico di quei produttori che vorrebbero cambiare il nome Isola dei Nuraghi IGT in Sardegna o Sardinia IGT. Ma, a mio avviso, dopo aver attraversato l’isola da vent’anni e conosciuto più da vicino la cultura nuragica, è difficile separare questa identità millenaria dal nome che la evoca. “Isola dei Nuraghi” non è una semplice denominazione geografica: è un richiamo a una civiltà di oltre tremila anni fa, a un paesaggio e a una memoria che ancora oggi abitano la Sardegna. Ridurla a un generico “Sardegna” rischierebbe di smarrire proprio quella profondità storica e culturale che rende questo territorio così unico, in favore di un’immediatezza e velocità, che non appartiene certo a quest’isola.
Nel calice, la memoria di un paesaggio millenario
E quando il viaggio finisce e resta sul tavolo un calice di vino IGT Isola dei Nuraghi, il paesaggio di Barumini sembra assumere una dimensione diversa. Non è più soltanto ciò che abbiamo visto: diventa qualcosa che possiamo riconoscere attraverso i profumi, i sapori e la sua memoria.
Perché in Sardegna il territorio non si visita soltanto. Si attraversa, si ascolta e, si degusta sperimentando calici unici di IGT Isola dei Nuraghi.
(In copertina, nuraghe@M.Tessarolo)

Monica TESSAROLO














