testo e foto Alfredo CASCONE
Quando nel 1985 Antonio Santarelli decise di trasformare l’Agro Pontino in un campo di sperimentazione vitivinicola, la sfida appariva tutt’altro che scontata. In un territorio che non vantava una consolidata tradizione enologica, l’assenza di un’eredità produttiva non venne interpretata come un limite, ma come una condizione di libertà progettuale.
È questa, probabilmente, la cifra distintiva di Casale del Giglio: aver costruito un modello imprenditoriale fondato sulla ricerca applicata, sulla lettura scientifica del territorio e sulla capacità di restituire valore a luoghi, varietà e culture produttive spesso marginali rispetto ai principali distretti vitivinicoli nazionali. Un percorso che, a quasi quarant’anni dall’avvio del progetto, continua a rappresentare uno dei casi più interessanti della viticoltura italiana contemporanea.
Nata nel 1967 per iniziativa di Dino Santarelli, l’azienda ha individuato nell’Agro Pontino un grande laboratorio a cielo aperto, sviluppando un metodo di lavoro basato sulla collaborazione tra impresa privata, università, ampelografi e ricerca enologica.
La scelta di mettere a dimora 57 vitigni sperimentali ha costituito un passaggio pionieristico nel panorama nazionale, consentendo di selezionare nel tempo le varietà maggiormente capaci di dialogare con il particolare microclima dell’area pontina.
Il risultato non è stato soltanto produttivo. È nato un vero e proprio modello di interpretazione territoriale, nel quale il vino diventa il punto di incontro tra conoscenza agronomica, sostenibilità e identità culturale.
L’Agro Pontino, infatti, si è rivelato un ambiente straordinariamente ricettivo per progetti di medio e lungo periodo. La vicinanza al mare, le escursioni termiche, la composizione dei terreni e la presenza di differenti ecosistemi hanno permesso di costruire un mosaico produttivo capace di andare oltre la semplice coltivazione della vite. La sperimentazione si è progressivamente estesa ai vitigni autoctoni del Lazio, avviando un lavoro di recupero che oggi assume una valenza strategica non soltanto enologica ma anche culturale.
È il caso del Bellone, storica varietà dei territori di Anzio, oggetto di un importante percorso di valorizzazione. Una tradizione popolare sosteneva che questo vitigno dovesse “sentire l’aria del mare”. Gli studi condotti da Casale del Giglio hanno confermato empiricamente questa intuizione, dimostrando come la relazione tra ambiente, suolo e influenza marina contribuisca a definire l’identità del vino.
La produzione del Bellone nasce da un vecchio vigneto franco di piede, privo di portainnesto, che conserva un patrimonio genetico di particolare interesse e permette una relazione diretta tra la pianta e il territorio.
Da questa esperienza deriva anche la riserva “Radix”, affinata tra tonneau, anfora e bottiglia, espressione di una ricerca che continua a evolversi senza perdere il riferimento alle proprie radici.
Altrettanto significativo è il lavoro dedicato al Cesanese, uno dei grandi vitigni rossi del Lazio. Il progetto ha preso forma inizialmente a Olevano Romano, in un vigneto trentennale situato a circa 500 metri di altitudine su terreni calcareo-vulcanici, per poi estendersi al territorio di Affile, dove sono stati acquisiti nuovi appezzamenti destinati alla sperimentazione ad alta quota, intorno ai 700 metri sul livello del mare.
L’obiettivo dichiarato è ambizioso: arrivare, nel prossimo futuro, alla produzione di una grande Riserva di Cesanese, capace di esprimere con precisione le caratteristiche pedoclimatiche di questi territori montani. Una prospettiva che conferma come la ricerca, in questo caso, non sia un’attività accessoria ma il motore stesso della pianificazione aziendale.
È tuttavia la collaborazione con l’Abbazia di Santa Scolastica a Subiaco ad aggiungere una dimensione ulteriore al progetto. Qui il vino esce dalla sola sfera produttiva per recuperare una funzione storica e culturale sedimentata nei secoli. Il rapporto instaurato con la comunità benedettina nasce infatti dalla volontà di riappropriarsi della tradizione della produzione di vino e olio che ha caratterizzato per lungo tempo la vita economica dei monasteri italiani.
Per i monaci benedettini, il lavoro agricolo non era semplicemente un’attività di sostentamento. Rappresentava uno strumento di organizzazione sociale, di conservazione del sapere e di trasmissione delle conoscenze tecniche alle comunità circostanti. Per secoli, monasteri, conventi e abbazie hanno custodito pratiche agronomiche, tecniche di coltivazione, sistemi di gestione delle risorse idriche e competenze produttive che hanno contribuito a modellare il paesaggio rurale italiano.
Il progetto sviluppato a Subiaco si inserisce esattamente in questa prospettiva di recupero della memoria produttiva. Un aspetto che oggi assume un significato ancora più rilevante alla luce della crescita del turismo religioso e culturale, sempre più orientato a ricercare esperienze autentiche legate alle tradizioni secolari custodite dai complessi monastici.
Non si tratta più soltanto di visitare un luogo di culto, ma di comprendere il rapporto che, nel corso dei secoli, ha unito spiritualità, agricoltura, alimentazione e gestione del territorio.
Il vino diventa così un elemento narrativo capace di raccontare una storia molto più ampia: quella di un patrimonio immateriale che attraversa il Medioevo, giunge fino ai giorni nostri e trova nella contemporaneità nuove forme di espressione. È una visione che supera la logica della mera valorizzazione commerciale e si colloca nell’ambito di un più ampio processo di rigenerazione territoriale.
In questo scenario, Casale del Giglio propone un modello di impresa che integra ricerca scientifica, sostenibilità e responsabilità culturale. Un’impostazione confermata anche dalle certificazioni ottenute negli ultimi anni, tra cui Equalitas, che estende il concetto di sostenibilità alle dimensioni ambientale, economica ed etico-sociale dell’intera filiera produttiva.
L’altra dimensione distintiva del progetto è quella archeologica. Tra i filari di Petit Verdot si sviluppa infatti il sito dell’antica Satricum, oggetto di una consolidata collaborazione tra Casale del Giglio, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina, il Reale Istituto Olandese di Roma, la professoressa Marijke Gnade e i Comuni coinvolti.
Gli scavi hanno riportato alla luce la Via Sacra che conduceva al santuario della Mater Matuta, oltre a un prezioso calice in ceramica destinato al consumo rituale del vino, databile al V secolo avanti Cristo. Un ritrovamento che testimonia come la cultura del vino fosse già profondamente radicata in questo territorio oltre duemilacinquecento anni fa.
L’importanza scientifica delle scoperte archeologiche all’interno del paesaggio vitato è significativa, in quanto atto a creare una straordinaria continuità temporale: la vite torna a dialogare con i luoghi nei quali il vino rappresentava già un elemento identitario della civiltà latina.
È questa capacità di intrecciare ricerca, impresa e patrimonio culturale a rendere Casale del Giglio un caso di studio nel panorama vitivinicolo italiano. La sperimentazione non è fine a se stessa, ma diventa uno strumento per costruire valore economico, identità territoriale e sostenibilità culturale. Un modello nel quale innovazione e memoria non si contrappongono, ma procedono nella stessa direzione, dimostrando che il futuro del vino italiano passa sempre più dalla capacità di interpretare la profondità della propria storia.
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