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DOC ORVIETO, TRA MEMORIA E INNOVAZIONE: LA DENOMINAZIONE STORICA CHE RIPENSA IL PROPRIO FUTURO

Tra basso grado alcolico, longevità e nuove richieste di mercato, la DOC Orvieto torna al centro del dibattito enologico con il convegno “DOC Orvieto: Le Nuove Frontiere della Denominazione” e “DOC Orvieto: pluralità di anime”, svoltosi lo scorso 25 maggio al Palazzo del Capitano del Popolo di Orvieto. Degustazione alla cieca e riflessioni contemporanee su uno dei grandi bianchi italiani, tra storia, terroir e nuove prospettive produttive.

Testo e foto Carmen Guerriero

Poche denominazioni italiane possono vantare una storia tanto profonda quanto quella di Orvieto. Già celebrato dagli Etruschi e successivamente apprezzato dalle corti rinascimentali e dalla nobiltà pontificia, il vino di Orvieto rappresenta uno dei più antichi e riconoscibili bianchi della viticoltura italiana. Una tradizione che oggi si confronta con nuove sfide produttive, climatiche e commerciali, senza rinunciare alla propria identità.

È questo il messaggio emerso durante l’incontro tecnico-istituzionale “DOC Orvieto: Pluralità di Anime”, organizzato dal Consorzio Tutela Vini di Orvieto nella Sala Expo del Palazzo del Capitano del Popolo. Un appuntamento che ha riunito stampa specializzata, produttori, tecnici e operatori di settore per riflettere sulle prospettive della denominazione e sulle nuove frontiere produttive che ne stanno ridefinendo il posizionamento.

Fondata nel 1971, la DOC Orvieto rappresenta oggi uno dei principali patrimoni enologici del Centro Italia. Un territorio che si estende tra Umbria e Lazio, caratterizzato da suoli vulcanici, tufacei, argillosi e calcarei che conferiscono ai vini una peculiare impronta minerale e una naturale vocazione alla longevità. Grechetto e Procanico costituiscono da secoli l’ossatura varietale della denominazione, affiancati da altri vitigni storici che contribuiscono alla complessità espressiva del territorio.

Negli ultimi anni il Consorzio ha avviato un importante percorso di aggiornamento del disciplinare, con l’obiettivo di rendere la DOC più competitiva e contemporanea. Una scelta che nasce dall’esigenza di rispondere ai cambiamenti climatici, all’evoluzione dei consumi e alle nuove richieste provenienti dai mercati internazionali.

Dopo i saluti istituzionali del sindaco di Orvieto, Roberta Tardani, ha aperto i lavori il presidente del Consorzio, Vincenzo Cecci, che ha evidenziato le difficoltà che il settore vitivinicolo sta attraversando. «Il comparto vive una fase complessa – ha dichiarato – segnata da problematiche come i dazi, dal rallentamento dei consumi e da una crescente attenzione mediatica che talvolta tende a rappresentare il vino in maniera eccessivamente penalizzante. Per questo diventa fondamentale continuare a innovare senza perdere il legame con la nostra identità».

Un concetto ripreso e approfondito dal presidente della Commissione Tecnica, Riccardo Cotarella, tra i principali promotori del progetto di rinnovamento della denominazione. «La produzione italiana si sta orientando verso vini con un grado alcolico più contenuto. Se il mercato richiede questa tipologia di prodotto, non dealcolato ma naturalmente più leggero, abbiamo il dovere di rispondere. Si tratta di vini caratterizzati da una maggiore intensità olfattiva e da una beva più agile, capaci di intercettare nuovi consumatori e nuove occasioni di consumo».

Una riflessione che trova riscontro anche nei cambiamenti climatici. L’aumento delle temperature medie accelera infatti l’accumulo zuccherino nelle uve e rende sempre più necessario individuare modelli produttivi in grado di preservare freschezza, equilibrio e moderazione alcolica.

Per illustrare concretamente questa nuova visione della DOC, il Consorzio ha organizzato una degustazione tecnica alla cieca articolata in quattro campioni rappresentativi delle diverse anime della denominazione.

Il primo vino, un Orvieto DOC, sperimentale a basso grado alcolico dell’annata 2025, con soli 10 gradi alcolici e ottenuto da Grechetto, Procanico e Vermentino, ha mostrato un profilo sorprendentemente dinamico. Intensamente fruttato, ananas e scorza di agrumi, note floreali leggere di fiori di gelsomino, minerale, verticale, acuto e una spiccata sapidità hanno evidenziato come la riduzione del tenore alcolico possa diventare una nuova chiave interpretativa del territorio senza compromettere identità e riconoscibilità. Un vino pensato per intercettare le nuove generazioni e il crescente orientamento internazionale verso consumi più moderati.

Il vino low alcool ha il DNA che dev’essere mantenuto, aggiornandolo ai tempi che cambiano – ha precisato Riccardo Cotarella richiamando la straordinaria trasversalità dei territori italiani. “Non è vino di 10° ma è vino per 10°. Orvieto è stato il primo Comune a chiedere l’abbassamento del grado alcolico a 10° per la sopravvivenza dei produttori. Noi enologi – ha proseguito Cotarella- abbiamo l’obbligo morale di dare continuità al settore. La ricchezza per il territorio è tutta questa diversità”.

Il secondo campione, Orvieto Classico Superiore 2025, ha riportato l’attenzione sul volto più tradizionale e strutturato della denominazione. Ottenuto da Grechetto, Procanico, Pinot Bianco e Viognier e proveniente da vigneti a rese contenute, ha espresso potenza, espressività, maggiore profondità aromatica, pesca bianca e pera williams in primis, volume gustativo equilibrio, eleganza e una significativa prospettiva evolutiva. Un vino che conferma la capacità dell’Orvieto Classico di collocarsi tra i grandi bianchi italiani da tavola.

Particolarmente significativa la terza degustazione: un’Orvieto DOC 2020Old Vintage “vecchia annata“. Il campione ha dimostrato con evidenza la straordinaria capacità di invecchiamento della denominazione. Giallo paglierino, sensazione di idrocarburi- ricorda il Riesling Renano, commenta Cotarella– note di frutta esotica, al gusto è salato con mandorla amara sul finale. Nessuna ossidazione, ma un’ottima verticalità, è un vino che non rappresenta le uve ma il territorio. Note evolutive da maggiore complessità aromatica e profondità gustativa, hanno confermato come il potenziale di longevità rappresenti ancora oggi uno degli asset meno valorizzati ma più importanti del territorio. Una riflessione che meriterebbe maggiore attenzione anche da parte della critica e dei mercati internazionali.

A chiudere il percorso è stata la tipologia Muffa Nobile, Orvieto 2024 , Vin Santo da vendemmia tardiva, probabilmente è la più identitaria e distintiva tra le espressioni della DOC. Un caso praticamente unico nel panorama italiano delle denominazioni di origine. Le particolari condizioni pedoclimatiche dell’area, caratterizzate da nebbie autunnali mattutine e pomeriggi asciutti e ventilati, favoriscono lo sviluppo della Botrytis cinerea, capace di concentrare naturalmente aromi, acidità e struttura. Il risultato è un vino di grande complessità, in cui miele, agrumi canditi, dolcezza di frutta matura ma non stucchevole, come mango, banana, e albicocca. Acidità, spezie e tensione gustativa convivono in un equilibrio raro e profondamente territoriale.

Dalla degustazione emerge una considerazione chiara: la forza dell’Orvieto contemporaneo non risiede in una sola identità, ma nella capacità di esprimere stili differenti mantenendo una comune matrice territoriale.

Basso grado alcolico, Orvieto Classico, grandi vini da invecchiamento e Muffa Nobile non rappresentano percorsi alternativi, bensì tasselli complementari di una stessa denominazione. Una pluralità che fino a pochi anni fa poteva apparire come un limite comunicativo e che oggi, al contrario, sembra trasformarsi in una risorsa strategica.

La sfida per il futuro sarà proprio questa: raccontare la complessità senza disperdere il messaggio, valorizzando le diverse anime di Orvieto attraverso una visione condivisa e contemporanea. Una denominazione storica che, a oltre mezzo secolo dal riconoscimento della DOC, dimostra di possedere ancora gli strumenti culturali, tecnici ed enologici per dialogare con le future generazioni di consumatori senza rinunciare alla propria memoria.

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