testo e foto Gaetano CATALDO
Accumulare nozioni ci rende davvero più intelligenti o semplicemente più istruiti?
Un medico che memorizza i disciplinari di una denominazione d’origine possiede una logica nativa superiore o sta solo applicando una memoria semantica già di per sé allenata per acquisire l’ennesimo catalogo di dati? Se ci fermassimo a riflettere, avremmo comprensione del fatto che la cultura e l’intelligenza non sono affatto la stessa cosa, eppure l’essere umano sperimenta da sempre un disperato bisogno di sovrapporle per nobilitare sé stesso, per elevarsi dalla massa, e i propri piccoli piaceri quotidiani.
Antropologicamente, il consumo del vino non è mai stato neutrale: è quantomeno un potente marcatore identitario.
Le coorti demografiche occidentali, scolarizzate e a medio-alto reddito, insomma quelle che il sociologo Pierre Bourdieu definiva detentrici di un alto capitale culturale, non cercano nel calice una semplice bevanda alcolica; cercano uno specchio sociale, uno strumento di mutuo riconoscimento all’interno dei propri circoli esclusivi. Saper distinguere una marna calcarea da uno scisto argilloso diventa così un codice d’accesso, un “passaporto della vanità” che serve a proiettare l’immagine di un’acutezza mentale superiore.

Ma la biologia e la statistica raccontano una storia completamente diversa.
L’ultimo capitolo di questa secolare tendenza all’autoassoluzione intellettuale è arrivato con la pubblicazione dello studio “Bright People Know More About Wine” dei ricercatori Maximilian Krolo e Timothy C. Bates sulla rivista Intelligence & Cognitive Abilities. La stampa generalista e i media di settore hanno immediatamente tradotto il paper con un verdetto tanto lusinghiero quanto sbrigativo: “Chi è più intelligente ne sa di più sul vino“.
Un titolo perfetto per compiacere al contempo la lobby del vino e la classe colta, strizzando l’occhio all’industria della formazione dei futuri sommelier. Peccato che, a uno sguardo metodologicamente rigoroso, dietro l’apparente solidità dei numeri si nasconda un classico controsenso che confonde la genetica con il portafoglio, mischiando neuroscienze, sociologia dei consumi e una robusta dose di marketing aspirazionale.
Poi si potrebbe parlare di come l’ambiente modelli l’individuo, quali siano i vantaggi di una scolarizzazione superiore e cosa significhi il termine advertising proxy per certe riviste, salvo poi chiedersi se il sommelier sia semplicemente un super consumatore, un apostolo in gergo economico, o un assaggiatore obiettivo.
Ma andiamo con ordine, tentando di esaminare i fatti.
Confondere la memoria con la logica: Gf vs Gc
La prima, fondamentale contraddizione dello studio risiede nella definizione stessa di intelligenza: nelle scienze neurocognitive moderne, la mente non è un blocco monolitico e, come codificato dallo psicologo Raymond Cattell, esiste una netta linea di demarcazione tra l’Intelligenza Fluida, ossia la capacità biologica, innata e non influenzata dalla cultura di pensare logicamente e risolvere problemi in contesti del tutto nuovi, e l’Intelligenza Cristallizzata, ovvero l’accumulo di conoscenze, vocabolario e competenze enciclopediche derivanti dall’educazione, dall’esperienza e dal contesto sociale.
Per misurare la presunta “competenza enologica” dei 525 partecipanti, i ricercatori hanno somministrato un test a risposta multipla composto da 68 domande estratte direttamente dai materiali ufficiali del WSET di Livello 2. Rispondere a questi quesiti significa eventualmente ricordare a memoria se lo Chablis sia prodotto con uve Chardonnay o identificare la regione geografica della denominazione Margaux. Questa non è logica pura; è mera memoria semantica e dichiarativa. È, per l’appunto, Intelligenza Cristallizzata.
Gli autori richiamano l’ipotesi del fattore g di Jensen per sostenere che un’intelligenza generale più elevata funzioni come un motore più efficiente nell’immagazzinare nozioni.
Sebbene un cervello statisticamente più efficiente memorizzi i dati con maggiore rapidità, dimostrare che chi ha un QI elevato ricordi meglio i disciplinari del vino non prova affatto che il vino sia “la bevanda dei geni”. Dimostra solo che chi possiede strumenti cognitivi già allenati assimila più facilmente cataloghi nozionistici e nuovi pacchetti di informazione.
Gli stessi Krolo e Bates hanno dovuto ammettere questo limite metodologico, dichiarando: «Abbiamo misurato la conoscenza, non il palato. Nulla in questo studio dice che le persone più intelligenti sappiano degustare meglio o giudichino più accuratamente cosa c’è nel bicchiere».

L’inconsistenza matematica dello studio
L’inganno diventa evidente quando si analizzano i dati con rigore psicometrico. La correlazione lineare registrata nel paper tra il QI, misurato con le scale logiche dell’ICAR, ossia dell’International Cognitive Ability Resource, e il test sul vino è pari a r = 0.31. In statistica descrittiva e psicometria, un simile valore indica un’associazione moderato-bassa. Sebbene il dato sia statisticamente significativo a causa dell’ampiezza del campione, esso si rivela clinicamente o praticamente irrilevante per stabilire una causa biologica.
Se applichiamo il coefficiente di determinazione, scopriamo infatti che R² = 0.096. Questo significa che il QI spiega appena il 9,6% della varianza nei risultati del test sul vino. Il restante 90,4% del fenomeno è interamente determinato da variabili ambientali, economiche e culturali che i ricercatori non hanno isolato. Anche l’interazione positiva rilevata tra intelligenza ed “esposizione professionale” non descrive una predisposizione neurocognitiva innata al vino, ma il riflesso di un vantaggio educativo e socioeconomico pregresso: chi è inserito in determinati contesti e possiede già un’alta scolarizzazione accelera l’assimilazione di nozioni complesse.
La trappola del Capitale Culturale e il “WEIRD Bias”
I ricercatori dichiarano di aver isolato l’esposizione professionale tramite scale di autovalutazione, sostenendo che il legame tra QI e vino sussisterebbe anche tra i non addetti ai lavori. Tuttavia, questo approccio metodologico ignora il concetto, giova ripeterlo, di Capitale Culturale teorizzato da Pierre Bourdieu: individui con un QI psicometricamente più elevato godono statisticamente di percorsi di studio più lunghi, carriere prestigiose e redditi superiori.
Il campione di 525 persone soffre del sistematico WEIRD Bias (Western, Educated, Industrialized, Rich, Democratic), una distorsione strutturale della ricerca psicologica che pretenderebbe di estrarre leggi universali analizzando segmenti di popolazione ultra-privilegiati.
Un avvocato, un medico o un ingegnere non lavorano nella filiera vitivinicola; eppure, frequentano ristoranti d’alta cucina, cene di rappresentanza e circoli sociali esclusivi dove il vino di pregio è un costante elemento di socializzazione. Chi possiede un elevato potere d’acquisto ha infinite occasioni in più di esporsi sia passivamente sia attivamente alla cultura del vino. Il test, dunque, non traccia una propensione genetica per la fermentato, ma fotografa il privilegio sociale e i passatempi costosi della classe agiata.
Pertanto, si può apprendere il vino per induzione, proprio perché si frequenta il mondo dell’alta cucina, si ha come hobby l’andar per cantine, oppure si hanno amici tra medici, avvocati e ingegneri che collezione bottiglie importanti.
E voi, di medici, avvocati e ingegneri che abbiano fatto un corso di sommelier, ma che si dichiarano non appartenenti al mestiere del vino, esercitando le professioni che sono derivate loro dal diploma di laurea, ne conoscete?

Quella cosa chiamata Scientific Washing: la scienza come esca commerciale
Il legame tra psicometria e vino non è un caso isolato, ma si inserisce in una lunga tradizione di scientific washing, in cui la ricerca accademica viene strumentalizzata per scopi di posizionamento commerciale d’élite. Questa dinamica si poggia su diversi grandi miti pseudoscientifici:
Il French Paradox: Negli anni ’80 e ’90, studi osservazionali notarono una minore incidenza di patologie cardiovascolari nei francesi rispetto agli anglosassoni, nonostante una dieta ricca di grassi saturi. L’industria cavalcò la tesi attribuendo il merito al resveratrolo nel vino rosso. La comunità scientifica internazionale smontò successivamente il bias evidenziando un under-reporting burocratico dei decessi cardiaci in Francia e il cosiddetto sick quitter bias, ossia l’errore metodologico di inserire tra gli astemi gli ex-bevitori malati.
Per assumere una dose terapeutica di resveratrolo, un essere umano dovrebbe consumare quattro litri di un certo vino al giorno, eppure esiste l’uva tal quale, da consumarsi come frutta, oppure gli integratori.
Il mito della Mineralità: la narrazione commerciale sostiene che se un vino evoca sentori di pietra focaia, idrocarburo o grafite, è perché le radici della vite hanno assorbito i minerali dal suolo roccioso profondo, trasmettendoli nel grappolo. La fisiologia vegetale smentisce categoricamente questa dinamica: la vite assorbe dal terreno esclusivamente acqua e sali minerali inorganici idrosolubili, come azoto, fosforo o potassio, strutturalmente inodori. Quei sentori complessi sono invece macromolecole volatili, tra cui composti solforati o terpeni, prodotte dal metabolismo dei lieviti e dai processi ossido-riduttivi dell’affinamento.
Il Falso Terroir: se il terroir reale è un ecosistema complesso, fatto di clima, suolo e gestione umana, il marketing ne ha creato una versione allargata, senza considerare che il concetto è cronologicamente pre-fillosserico. Può esistere, fuori dal piede franco, che il terroir riguardi anche il vino prodotto da viti su portainnesto?
Inoltre, la narrazione del “terroir microbico” autoctono crolla davanti all’uso massivo, da parte delle cantine di medio-alto livello, di lieviti commerciali selezionati in laboratorio per standardizzare i profili aromatici ed evitare difetti fermentativi.
A questi miti si aggiunge una profonda cecità demografica di genere e generazionale.
Lo studio di Krolo e Bates, pretendendo di isolare l’intelligenza pura, ignora che i club d’élite e le certificazioni internazionali registrano storicamente una netta prevalenza di uomini di mezza età con redditi elevati. Associare il QI a questo specifico segmento senza isolare i fattori anagrafici, occupazionali e di genere crea un’ulteriore distorsione: si scambia per “superiorità cognitiva biologica” quello che è, a tutti gli effetti, il profilo sociodemografico del consumatore tipo di beni di lusso.

Marketing aspirazionale e elitarismo culturale
Lo studio “Bright People Know More About Wine” si inserisce perfettamente in questo solco commerciale. L’utilizzo di 68 domande estratte dai programmi WSET svela, come già detto a monte, una chiara leva psicologica: il marketing aspirazionale.
Chi acquista un corso di formazione di alto livello non sta comprando solo nozioni di enologia, sta bensì operando una vera e propria monetizzazione del prestigio, acquistando uno status, un passaporto identitario e un certificato implicito di superiorità cognitiva e sociale all’interno di un modello di business basato sulla standardizzazione globale del gusto, senza neanche insegnare necessariamente al corsista come ragionare col proprio naso.
Sebbene i ricercatori Krolo e Bates abbiano agito in totale buona fede accademica, questo va ribadito, pur dichiarando apertamente un fattore di me-search, essendo essi stessi collezionisti e appassionati di vini della Borgogna, l’industria della formazione userà inevitabilmente questi dati come un formidabile strumento di vendita e persuasione.
In conclusione, una singola pubblicazione su un campione ristretto e polarizzato di 525 persone non può stabilire una verità scientifica assoluta. Finché questi risultati non verranno replicati da laboratori indipendenti e su campioni multiculturali, capaci di azzerare i bias di reddito, scolarizzazione e genere, l’associazione tra QI e vino rimane una bella trovata, ma pur sempre un’ipotesi isolata, metodologicamente fallace e sociologicamente ingenua, ingenua quantomeno.
Lo studio non ha scoperto che il vino rende intelligenti, né che le persone intelligenti debbano amare per forza il vino o tutte le variabili che vi pare; ha semplicemente confermato che, nella società contemporanea, l’elitarismo culturale ha ancora un disperato bisogno di comprare una giustificazione biologica per i propri costosi passatempi, regalandosi un attestato da sommelier.

In Vino Veritas, Semper…
Chi ama davvero il vino e ama il sapere non cerca nel calice una medaglia da esibire, ma una storia da comprendere. Chi coltiva una passione autentica ama, prima di ogni altra cosa, la verità. Ed è proprio la verità scientifica a ricordarci che un uomo non si misura in corsi o costose bottiglie, né le sue facoltà mentali possono essere intrappolate in test di cultura generale o giù di lì.
La pretesa di legare la complessità dell’esperienza enologica a un numero su una scala di QI tradisce un’ingenuità profonda su cosa sia, realmente, l’intelligenza umana. Se i processi psicologici che disciplinano questi studi fossero guidati da una visione più ampia e integrata della mente, saprebbero che l’approccio al vino non è una mera questione di intelligenza cognitiva o memoria semantica. Nel calice si muovono forze ben più sottili.
Esiste un’intelligenza emotiva capace di connettere un profumo a un ricordo d’infanzia o di sintonizzarsi con lo stato d’animo di chi siede a tavola con noi. Esiste un’intelligenza sensoriale ed estetica, un’abilità plastica che impara a decodificare le sfumature della materia attraverso il corpo, l’olfatto e il gusto, trasformando la percezione fisica in emozione pura. E infine, esiste un’intelligenza relazionale e conviviale, l’intelligenza delle “cose della vita”, che riconosce nel vino ciò che è sempre stato nei millenni: un ponte tra culture, un invito alla lentezza e alla convivialità, senza spocchia. La vera intelligenza, nel bicchiere, non è quella che pretende di calcolare il valore del proprio cervello, ma quella che sa godersi la verità del momento, la poesia del territorio e la gioia della condivisione.
Bibliografia
Bourdieu, P. (1979). La Distinction. Critique sociale du jugement. Éditions de Minuit.
Cattell, R. B. (1963). Theory of fluid and crystallized intelligence: A critical experiment. Journal of Educational Psychology, 54(1), 1-22.
Henrich, J., Heine, S. J., & Norenzayan, A. (2010). The weirdest people in the world? Behavioral and Brain Sciences, 33(2-3), 61-135.
Jensen, A. R. (1998). The g Factor: The Science of Mental Ability. Praeger.
Krolo, M., & Bates, T. C. (2026). Bright People Know More About Wine. Intelligence & Cognitive Abilities.
Maltais-Giguère, J., & Maltman, A. (2018). The “Minerality” of Wine: A Geological and Sensory Review. Minerals, 8(11), 503.
Renaud, S., & de Lorgeril, M. (1992). Wine, alcohol, platelets, and the French paradox for coronary heart disease. The Lancet, 339(8808), 1523-1526.
Shaper, A. G., Wannamethee, G., & Walker, M. (1988). Alcohol and mortality in British men: explaining the U-shaped curve. The Lancet, 332(8623), 1267-1273.
(In copertina, il QI nel calice@Gaetano Cataldo)

Gaetano CATALDO
Miglior Sommelier dell’Anno al Merano Wine Festival, F&B Manager e Giornalista Enogastronomico, Gaetano è classe del ’74 ed è stato Ufficiale di Navigazione. Su Vitae ha tradotto la relazione tra il Vino e il Mare, ben prima che il termine “underwater wine” fosse coniato, ha scritto il manifesto di Vinoway e collabora con diverse testate. Inoltre è Sommelier del Sake Giapponese e Maestro Assaggiatore di Salumi, ha fondato Identità Mediterranea, creando Mosaico per Procida, primo e unico vino ad aver celebrato una Capitale della Cultura Italiana, ed è decisamente impegnato nella salvaguardia della Viticoltura a Piedefranco.











