testo e foto Gaetano CATALDO
Per secoli, la storiografia ufficiale ha dipinto la viticoltura della California e del Sud-Ovest americano como un dono esclusivo dei missionari francescani e dei colonizzatori europei. Eppure, per quanto la storia sia scritta sovente dai vincitori, essa restituisce una verità diversa: le mani che materialmente scavarono i solchi piantarono i primi tralci di uva Mission, ossia di Listán Prieto, un antico vitigno a bacca nera del genere Vitis vinifera originario della Castiglia-La Mancia, e ne fermentarono il succo erano quelle dei veri abitanti dell’America del Nord.
Oggi, quella memoria storica negata sta fiorendo attraverso una vera e propria rinascita enologica.
Infatti, un numero crescente di viticoltori e Nazioni Tribali, ossia di quei popoli indigeni che possiedono lo status di entità sovrane riconosciute a livello federale, sta reclamando la propria sovranità agricola, fondendo le più moderne tecniche di cantina con una filosofia ancestrale di custodia ecologica.
Il legame tra i nativi americani e la viticoltura nasce da una tragedia storica profonda, a partire prima dal genocidio delle popolazioni indigene e successivamente nel renderle schiave. Nel 1779, sotto il sistema delle missioni spagnole, le prime viti furono interrate nel suolo californiano. Poi, nel 1782, presso la Mission San Juan Capistrano, i membri della tribù Juaneño, storicamente indicati come Mission Indians, produssero il primo vino documentato della regione, destinato principalmente ai sacramenti religiosi. Questo debutto non fu dettato da una scelta, bensì il risultato di un regime di lavoro forzato: gli indigeni venivano impiegati nei vigneti per la loro profonda conoscenza dei cicli naturali e della flora locale, ma la paternità di quel lavoro venne sistematicamente attribuita ai frati spagnoli.

I nativi consumavano storicamente le uve selvatiche autoctone, come la Vitis rotundifolia, conosciuta come Muscadine, o la Vitis labrusca, sotto forma di frutta fresca, infusi medicinali o dolci, considerandole un simbolo di sussistenza e, più tardi, di resistenza culturale alla colonizzazione. L’introduzione dei vitigni europei ne subordinò la forza lavoro, recidendo temporaneamente il loro legame spirituale con i frutti della terra. La transizione dal lavoro forzato alla proprietà delle aziende vinicole ha richiesto secoli e ha trovato compimento solo all’inizio del nuovo millennio.
Nel 2006, la prima pietra è stata posta nella Carolina del Nord dalla Native Vines Winery.
Fondata da una famiglia della tribù Lumbee a Lexington, è stata la prima cantina interamente di proprietà nativa negli Stati Uniti. Ha aperto la strada dimostrando la fattibilità commerciale di un’impresa vinicola indigena, concentrandosi sulla valorizzazione del territorio locale attraverso l’uso della varietà autoctona Scuppernong, storicamente radicata come la più antica cultivar di uva nativa registrata in America, accostata con successo ai vitigni internazionali.
In California, la svolta istituzionale è avvenuta nel 2010, quando la Santa Ynez Band of Chumash Indians ha acquistato il celebre vigneto Camp 4 nella Santa Ynez Valley. La tribù ha affidato la guida a Tara Gomez, un membro della comunità che aveva conseguito una laurea in enologia grazie a una borsa di studio tribale. Kitá Wines è uscita ufficialmente con l’eccellente annata di Cabernet Sauvignon del 2010, rendendo Tara Gomez la prima enologa donna nativa americana riconosciuta a livello internazionale. Sebbene la tribù abbia chiuso il marchio nel 2022 per diversificare i propri investimenti immobiliari e turistici, l’esperienza ha segnato un punto di non ritorno per l’intero movimento, dimostrando che il vino indigeno poteva competere ai massimi livelli della critica enologica mondiale. I blend bordolesi e i Syrah di Kitá Wines hanno ottenuto punteggi superiori ai 90 punti su testate prestigiose come Wine Enthusiast, consacrando il talento di Tara.

Libera dai vincoli aziendali dopo la chiusura di Kitá, Tara Gomez ha fondato nel 2017 insieme alla moglie e collega enologa Mireia Taribó la cantina Camins 2 Dreams a Lompoc, focalizzandosi su produzioni artigianali d’eccellenza nella prestigiosa AVA di Santa Rita Hills. I vini di Camins 2 Dreams, in particolare i loro Syrah da clima fresco, la Grenache, il Grüner Veltliner, il Graciano e l’Albariño, hanno ridefinito gli standard della critica. Wine Enthusiast ha inserito Tara Gomez tra le figure più influenti del mondo del vino americano, lodando la sua capacità di catturare la salinità marina e l’acidità vibrante del territorio senza ricorrere ad alterazioni artificiali. I suoi vini sono regolarmente recensiti con punteggi eccezionali e celebrati per la loro precisione stilistica.
Central Coast, un anfiteatro naturale.
Viaggiare oggi in queste terre della Central Coast significa immergersi in un anfiteatro naturale dove le montagne corrono da est a ovest, incanalando le brezze fredde del Pacifico direttamente sui filari. Il paesaggio è un dipinto a contrasto, dove l’oro delle colline arse dal sole estivo si scontra con il verde profondo della vite e l’argento delle querce secolari. A pochi minuti dalla cantina di Lompoc sorge un’opera straordinaria: il Santa Ynez Chumash Museum and Cultural Center.
Questo gioiello architettonico, perfettamente integrato nel territorio con i suoi tetti in materiali naturali e oltre tre ettari di flora esclusivamente autoctona, custodisce le storie, i manufatti e la cosmologia di un popolo che naviga e abita queste coste da oltre 15.000 anni. Sedersi alla tavola dei Chumash oggi significa riscoprire i sapori dell’oceano e della macchia californiana attraverso una cucina indigena contemporanea che celebra la farina di ghiande selvatiche, tradizionalmente ridotta in purea o pane piatto, e i molluschi freschi dell’Oceano come mitili e abalone, cotti su pietre roventi e insaporiti con salvia bianca selvaggia. Nel calice, il Syrah biologico e non filtrato di Camins 2 Dreams risuona con note speziate che richiamano proprio gli arbusti aromatici della macchia circostante.
Spostandosi verso nord, un modello differente di diversificazione ha preso vita nel 2012 nella Napay Valley con l’ascesa di Séka Hills. Gestita dalla Yocha Dehe Wintun Nation, la tribù coltivava inizialmente cereali ed erba medica, ma ha compreso il valore del proprio terroir collinare. Ha iniziato a vinificare in proprio le uve raccolte sui suoi terreni, espandendo progressivamente i propri possedimenti fino a gestire oggi circa 25.000 acri di agricoltura integrata. La loro produzione si concentra su vitigni como il Sauvignon Blanc, il Syrah, il Tannat e il Viognier, imbottigliati con un marchio che celebra i “colli azzurri” della loro terra d’origine.

La valle si mostra al visitatore protetta da montagne che a seconda della luce del giorno assumono una sfumatura turchina che la tribù chiama semplicemente Séka, ossia blu, in lingua nativa Patwin. Il paesaggio circostante è un mosaico mozzafiato di agricoltura rigenerativa, in cui i filari si alternano a sterminati uliveti storici e praterie dove pascolano mandrie di bovini allo stato brado. Il cuore pulsante dell’accoglienza è il Séka Hills Olive Mill & Tasting Room a Brooks, un monumento alla resilienza economica dove si può camminare tra i frantoi all’avanguardia, i Yocha Dehe sono l’unica tribù commerciale a produrre olio extravergine d’oliva in Nord America, e ammirare le colline terrazzate prima di scorgere il lussuoso Cache Creek Casino Resort, imponente simbolo dell’autosufficienza tribale ritrovata. I sapori della valle sono intensi, caratterizzati da carne di bisonte o di manzo marinata con miele di fiori selvatici e poi essiccata, zucche e mais ancestrali coltivati con metodi biologici, e l’Olio Extravergine d’Oliva Séka Hills, dal profilo erbaceo e piccante che si sposa divinamente con il loro Viognier vibrante, fresco e minerale.
Accanto a queste realtà californiane, il movimento esprime modelli economici variegati nel resto degli Stati Uniti. Una struttura differente è rappresentata dalla celebre Gruet Winery di Albuquerque, nel Nuovo Messico. Famosa per i suoi spumanti, l’azienda ha stretto una solida collaborazione con il Pueblo di Santa Ana, noto anche come tribù Tamay. I nativi coltivano direttamente i vigneti su terre tribali, garantendo una produzione su vasta scala che supera le 275.000 casse all’anno e portando l’enologia nativa sulle tavole di tutto il paese attraverso il Metodo Classico. Nello stesso solco commerciale si inserisce la Twisted Cedar, un marchio di proprietà della Banda dei Paiute dello Utah guidata dal presidente Bill Tudor, che produce nell’area di Lodi in California vini accessibili e puliti come Cabernet Sauvignon, Zinfandel, Pinot Grigio, Chardonnay e Moscato. Nel Nord-Ovest, la Greywing Cellars nella Willamette Valley in Oregon, guidata da Brandy Grey delle nazioni Cherokee e Shawnee, si muove invece su una dimensione prettamente artigianale in piccoli lotti, specializzandosi nell’espressione elegante del Pinot Nero e dello Chardonnay.
Approccio olistico all’agricoltura.
Il denominatore comune che unisce queste cantine è l’approccio olistico all’agricoltura, riassumibile nel concetto di “Land First”, ovvero la terra viene prima di tutto. Lungi dal considerare il vigneto come una monocultura industriale da sfruttare, i produttori indigeni applicano i principi dell’agricoltura rigenerativa, della biodinamica e del minimo intervento in cantina. Dal punto di vista agronomico, questo approccio si traduce nel divieto assoluto di diserbanti chimici e nell’adozione di colture di copertura tra i filari, come leguminose e graminacee, volte a fissare l’azoto nel suolo e a stimolare la biodiversità microbica sotterranea. La gestione dell’acqua è millimetrica, mirata a evitare lo stress idrico senza impoverire le falde acquifere, rispettando i cicli di siccità naturali della California e del Sud-Ovest.

Questa devozione agronomica trova la sua massima espressione culturale nella scelta, ove le condizioni del suolo lo permettano, di coltivare viti a piede franco. Evitando l’innesto su radici esogene, i produttori indigeni lasciano che la linfa scorra senza filtri dal sottosuolo al grappolo. Se per le varietà autoctone come lo Scuppernong il piede franco è una difesa immunitaria naturale contro i parassiti, per i vitigni internazionali europei coltivati su terreni sabbiosi diventa un atto supremo di fiducia nell’ecosistema.
Per la filosofia nativa, una pianta non innestata non è solo una scelta tecnica, ma una dichiarazione di sovranità culturale: significa permettere alla terra di esprimersi in modo puro e ancestrale, restituendo nel calice una trama sensoriale nitida, indomita e totalmente priva di mediazioni artificiali. L’esempio più rigoroso di questa architettura agronomica e sociale è rappresentato proprio dai rigidi protocolli delle Lodi Rules for Sustainable Winegrowing, applicati con fermezza dalla tribù dell’Utah attraverso il marchio Twisted Cedar. Questo disciplinare non si limita a valutare l’approccio ecologico, ma si articola in sei pilastri scientificamente misurabili: la gestione dell’ecosistema, del suolo, dell’acqua e dei parassiti, a cui si affiancano in modo inedito la gestione aziendale e delle risorse umane. Le Lodi Rules impongono un severissimo sistema di valutazione dell’impatto ambientale dei pesticidi, denominato PEAS, per proteggere la salute dei lavoratori e degli insetti impollinatori, e richiedono audit annuali da parte di enti terzi indipendenti per certificare la tracciabilità millimetrica della filiera.
In cantina, la filosofia del minimo intervento si traduce nell’esclusione di additivi chimici invasivi, lieviti commerciali selezionati o manipolazioni tecnologiche estreme come l’osmosi inversa. Le fermentazioni avvengono spontaneamente, sfruttando unicamente i lieviti indigeni presenti sulle bucce delle uve. La terra sceglie il vitigno e ne determina il profilo sensoriale, non il contrario. Questa gestione responsabile risponde alla richiesta dei consumatori moderni di prodotti ecologicamente limpidi. Inoltre, i profitti generati da marchi come Twisted Cedar vengono regolarmente redistribuiti nelle comunità d’origine per finanziare direttamente l’assistenza medica fondamentale, l’istruzione scolastica e la preservazione delle lingue native a rischio di estinzione, trasformando l’atto agricolo in un motore diretto di riscatto sociale e welfare tribale.

Attraverso bottiglie come quelle prodotte dal progetto Native Hands di Chris Lobo, appartenente alla Juaneño Band of Mission Indians nell’Alta California, il vino cessa di essere una mera merce di consumo per farsi strumento di narrazione storica. Le etichette di questa cantina, che firma blend di Cabernet Sauvignon, Pinot Noir, Chardonnay e Grenache Blanc, non riportano solo note di degustazione, ma illustrano le antiche pitture rupestri, le cerimonie del solstizio d’estate e la memoria dei nove secoli di storia della tribù nell’area. Sorseggiare un vino prodotto dai nativi americani oggi significa partecipare a un atto di giustizia storica, in cui chi è stato a lungo espropriato della propria terra torna a firmare i frutti più preziosi che essa sa generare.
Questa profonda evoluzione trova la sua sintesi ideale proprio nel lavoro più recente e rigoroso di Tara Gomez e Mireia Taribó all’interno di Camins 2 Dreams. Nelle dinamiche di questa cantina artigianale, la lavorazione manuale esclude categoricamente qualsiasi processo di chiarifica o filtrazione. Le uve, raccolte manualmente in piccoli contenitori per preservare l’integrità del grappolo, vengono pigiate con i piedi secondo l’antico uso tradizionale. La fermentazione del loro Grüner Veltliner, ad esempio, avviene in vecchie botti di rovere francese esausto, un legno neutro che non cede aromi di vaniglia o tostatura ma permette una microssigenazione lenta, preservando intatta la mineralità gessosa e l’acidità tagliente del vigneto d’origine. Nel caso del loro acclamato Syrah, la Gomez sceglie di vendemmiare con leggero anticipo rispetto alla media californiana, una decisione coraggiosa che mantiene bassi i livelli di alcol etilico e preserva la freschezza naturale dell’acino. Il risultato è un vino che rifiuta la rassicurante morbidezza dei prodotti commerciali e si distingue per vibranti note di pepe nero, viola e frutti di bosco aciduli, una fotografia fluida e senza filtri della Santa Rita Hills AVA.

Questo slancio transfrontaliero e identitario supera infine i confini statunitensi verso nord, trovando un compimento internazionale nella Okanagan Valley nella Columbia Britannica, l’unico vero deserto del Canada. Qui, laghi glaciali blu cobalto tagliano a metà un ecosistema fragile fatto di arbusti di artemisia, colline sabbiose e canyon spettacolari scavati dal ghiaccio. Sulle sponde del lago Osoyoos sorge la prima cantina di proprietà indigena del Nord America, Nk’Mip Cellars, gestita dalla Osoyoos Indian Band. A pochi passi dai vigneti si erge il Nk’Mip Desert Cultural Centre, un capolavoro architettonico moderno famoso in tutto il mondo per il suo monumentale muro in terra battuta – il più grande del Nord America – costruito integrando materiali locali per eliminare l’impatto ambientale.
Passeggiando lungo i sentieri che circondano la struttura, tra sculture in metallo che emergono dalla sabbia, i visitatori possono ascoltare le leggende di Sen’klip, cioè il Coyote, direttamente dalla voce dei giovani interpreti della comunità Syilx, per poi chiudere l’esperienza a tavola al pluripremiato ristorante The Bear, The Fish, The Root & The Berry, situato all’interno del resort tribale Spirit Ridge. Il menu è un trionfo dei quattro pilastri elementari della nutrizione dei popoli Okanagan, dove l’Orso rappresenta la carne di bisonte o cervo scottato, il Pesce incarna il salmone selvatico dell’Oceano Pacifico affumicato su legno di cedro, la Radice valorizza le radici amare tradizionali e il topinambur saltato, e la Bacca trionfa con la composta di saskatoon berries che accompagna i dessert. Il tutto viene servito in abbinamento al celebre Meritage di Nk’Mip Cellars, un vino rosso sontuoso, figlio di viti che affondano le radici in una sabbia millenaria: un sorso che non sa solo di frutta e legno, ma di una terra che ha finalmente ritrovato i suoi custodi.

In conclusione, il movimento del vino nativo americano ha compiuto un percorso straordinario, trasformando il retaggio del lavoro forzato coloniale in un manifesto d’avanguardia per la viticoltura mondiale. Partendo dall’antico sfruttamento nelle missioni settecentesche e attraversando la nascita delle prime realtà commerciali del nuovo millennio, i produttori indigeni sono riusciti a scardinare le logiche della produzione industriale di massa. Attraverso la rigorosa applicazione dell’agricoltura rigenerativa e l’intransigente purezza della vinificazione artigianale, figure come Tara Gomez hanno dimostrato che il rispetto per l’ecosistema non è un limite produttivo, bensì la chiave per ottenere la massima eccellenza qualitativa.
Il futuro di questo settore si prospetta non solo come un modello di sostenibilità ecologica e resilienza culturale, ma come una riscrittura permanente della geografia enologica americana, dove le bottiglie diventano messaggere di giustizia storica e la terra torna stabilmente nelle mani dei suoi custodi originari.
@Riproduzione riservata
(In copertina, nativi@Gaetano Cataldo)

Gaetano CATALDO
Miglior Sommelier dell’Anno al Merano Wine Festival, F&B Manager e Giornalista Enogastronomico, Gaetano è classe del ’74 ed è stato Ufficiale di Navigazione. Su Vitae ha tradotto la relazione tra il Vino e il Mare, ben prima che il termine “underwater wine” fosse coniato, ha scritto il manifesto di Vinoway e collabora con diverse testate. Inoltre è Sommelier del Sake Giapponese e Maestro Assaggiatore di Salumi, ha fondato Identità Mediterranea, creando Mosaico per Procida, primo e unico vino ad aver celebrato una Capitale della Cultura Italiana, ed è decisamente impegnato nella salvaguardia della Viticoltura a Piedefranco.











