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VENDEMMIA, IL CAMBIAMENTO CLIMATICO SPOSTA L’OROLOGIO NATURALE

Dal raccolto alle 3 del mattino alle vendemmie anticipate di settimane: il clima non sta soltanto cambiando il calendario. Sta modificando il concetto stesso di maturità dell’uva.

a cura di Redazione

Per millenni la vendemmia segnava una data. Oggi, invece, è diventata una variabile climatica.

Nell’estate 2026, in Catalogna, alcune squadre hanno iniziato a raccogliere alle tre del mattino, sotto i fari, con temperature diurne arrivate a 35-45 °C. Alla cantina Gramona è stata la vendemmia più precoce mai registrata. In Franciacorta, altri produttori hanno anticipato la raccolta fino a una decina di giorni rispetto alla programmazione e, in alcuni casi, di quasi un mese rispetto ai calendari di trent’anni fa. In Champagne, alcune parcelle sono state vendemmiate già dal 6 agosto.

Non è soltanto una questione di calendario. È il calendario ad essere diventato parte della tecnica enologica.

Il motivo è noto: l’aumento delle temperature accelera la fenologia della vite. Germogliamento, fioritura, invaiatura e maturazione arrivano prima; negli ultimi quarant’anni, in molte aree viticole mondiali, la vendemmia si è anticipata di circa due-tre settimane.

Il dato più interessante, però, è un altro. L’uva non matura tutta nello stesso modo e alla stessa velocità.

L’aumento degli zuccheri può procedere più rapidamente rispetto alla maturazione dei composti fenolici e aromatici. Ne deriva un problema enologico tutt’altro che teorico: raccogliere per contenere il grado alcolico può significare anticipare la raccolta quando tannini, aromi o colore non hanno raggiunto lo stesso livello di sviluppo. Al contrario, aspettare la cosiddetta “maturità” può significare ritrovarsi con più zuccheri, meno acidità e vini potenzialmente più alcolici. È qui che salta un paradigma.

La maturità non è più necessariamente un punto: è un compromesso.

Per i vini base spumante il problema è ancora più sensibile. Chardonnay e Pinot nero destinati a basi fresche richiedono equilibrio fra zuccheri e acidità; il caldo accelera il primo parametro e mette sotto pressione il secondo. Da qui la corsa alle ore più fresche della notte, che ha una funzione agronomica, qualitativa e anche sanitaria per gli operatori. Raccogliere a 4 °C anziché a 30 °C significa inoltre portare in cantina uve più fredde, riducendo la velocità dei fenomeni ossidativi e fermentativi indesiderati nelle prime fasi della lavorazione.

La notte, dunque, non è più soltanto il momento romantico della vendemmia sotto le stelle. È diventata una tecnologia passiva di gestione della temperatura.

Ma c’è un paradosso ancora più profondo. L’OIV – Organizzazione Internazionale della Vite e del Vino- considera la data di vendemmia un indicatore utile per studiare il cambiamento climatico, avvertendo però che essa dipende anche da fattori non climatici: stile del vino, stato sanitario delle uve e scelte del produttore.

Questo significa che non basta dire: si vendemmia prima, quindi fa più caldo. Il punto è che il caldo sta cambiando le condizioni nelle quali decidiamo che cosa significhi “prima”.

E qui la questione diventa culturale. Se una denominazione ha costruito la propria identità su una certa varietà, un certo equilibrio e una certa epoca di raccolta, quanto può cambiare prima che cambi anche il vino che la rappresenta?

Il clima, insomma, non sta semplicemente spostando la vendemmia. Sta mettendo in discussione l’idea che il vino abbia ancora un calendario naturale.

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