Testo Andrea Li Calzi
foto di Danila Atzeni
Il vino delle Langhe
Il vino delle Langhe ha conquistato il mondo enoico ormai da diversi decenni. Sempre più mercati esteri puntano su etichette iconiche, quali soprattutto Barolo e Barbaresco, che puntualmente ogni anno riempiono gli scaffali delle enoteche o le cantine dei ristoranti più blasonati. Il 22 giugno 2014 il territorio di Langhe Roero e Monferrato è stato riconosciuto dall’UNESCO come paesaggio culturale, frutto dell’azione combinata tra persone e natura e per la sua profonda e viva cultura del vino, evidente nella sua declinazione sia paesaggistica che architettonica. Le suddette colline, amate e descritte in maniera esemplare da scrittori del calibro di Cesare Pavese e Beppe Fenoglio, oggi attirano migliaia di turisti e amanti del vino provenienti da ogni parte del mondo. Alcuni vigneti ritenuti ormai iconici della storia del Barolo Docg oggi scontano prezzi surreali. A titolo d’esempio nel 2023 è stato battuto ogni record mediante l’acquisto di un ettaro di vigna alla cifra “simbolica” di 2,5 milioni di euro. Numeri in grado di far impallidire anche i cugini d’oltralpe.
Villadoria
Villadoria affonda le proprie radici in questo territorio da oltre settantacinque anni, forte di una lunga tradizione che ha visto la famiglia Lanzavecchia conquistare importanti fette di mercato soprattutto estere. La cantina viene fondata nel 1959 ma la storia, come spesso accade, inizia molti anni prima. Daniele Lanzavecchia, colui che possiamo considerare il pioniere, nasce a Predosa – alle porte del Monferrato – nel 1887. Di origine contadina, è un uomo caparbio e pronto a svoltare i tempi duri dell’epoca. Coadiuvato dall’impegno della sua famiglia apre un vivaio di barbatelle dove lavorerà, a fasi alterne, per tutta la vita.

Nel 1920 nasce Pietro. Sarà proprio quest’ultimo a condividere la passione di suo padre per la terra, le vigne ed il vino. Intuitivo, motivato e brillante, comprende che la zona più vocata per la coltivazione della vite è la Langa, così chiamata dai piemontesi. Dopo aver conseguito la laurea in Agraria, capisce che i tempi sono maturi; dunque, spinto dalla propria passione – e un pizzico di sana “follia” – nel 1959 costituisce l’azienda vitivinicola Villadoria tra le colline di Serralunga d’Alba. Acquista vigneti, terreni e più avanti la cantina di vinificazione ed affinamento, in collaborazione con il figlio Daniele. Oggi è quest’ultimo a condurre l’azienda insieme alla figlia Paola Lanzavecchia, enologa competente ed appassionata. Abbiamo passato con loro un intero pomeriggio. La nostra protagonista si avvale anche della preziosa collaborazione di altri due enologi: Alberto Cugnetto e Silvia Viberti.
L’azienda
La Tenuta Cappallotto, circa 20 ettari di vigneto situati a Serralunga d’Alba, in provincia di Cuneo, accoglie la cantina di vinificazione e affinamento – da pochi mesi interamente ristrutturata – dell’azienda vitivinicola Villadoria, ivi compreso l’antico cascinale sede dell’Agriturismo Il Cappallotto.
Paola racconta che le vigne sono il vero patrimonio della sua famiglia. Per la gran parte coltivate a nebbiolo da Barolo, si estendono sul versante ovest del borgo sopracitato, uno degli undici comuni dov’è possibile produrre il celebre vino amato da Camillo Benso, conte di Cavour. Affianco al re dei vitigni piemontesi, sempre all’interno della Tenuta Cappallotto, la famiglia Lanzavecchia alleva anche uve merlot e moscato, oltre a quattro ettari di nocciole per la produzione della nota Igp Tonda Gentile.
La recente ristrutturazione della cantina, voluta fortemente dai proprietari, è un’opera architettonica imponente e al contempo ricca di rimandi territoriali. Sono state utilizzate le cosiddette pietre di Langa, le stesse ricoprono interamente la facciata dell’edificio al fine di creare una sorta di continuità nei confronti del paesaggio circostante. La pietra, al suo interno, mostra svariate sfumature cromatiche in parte responsabili della mineralità del suolo di Serralunga d’Alba. Quest’ultimo è composto in predominanza da marne calcaree di origine elveziana

La produzione di Villadoria oggi è di circa 550-600 mila bottiglie annue. Il 60 % è interamente vinificato dall’azienda, la restante parte da collaboratori storici che godono della massima fiducia; rapporti che in alcuni casi risalgono alla stessa data di fondazione della cantina. Lo vedremo più avanti mediante le etichette di Gavi Docg. La vendemmia in ogni caso viene sempre svolta rigorosamente a mano. I vigneti più importanti dell’azienda corrispondono a tre importanti MGA (Menzioni Geografiche Aggiuntive) del Barolo – Lazzarito, Meriame e Paradiso – facenti parte del comune di Serralunga d’Alba. Paola racconta che la cura dell’ambiente rispetta scrupolosamente i canoni ancestrali della natura, salvaguardando l’integrità del territorio dov’è cresciuta. La sostenibilità in vigna è tra gli obbiettivi primari dell’azienda.
Degustazione vini bianchi
Roero Arneis 2024: paglierino riflessi verdolini/beige; media consistenza. Naso ancora parzialmente inespresso; è in bottiglia da pochi mesi. Distinguo maggiorana, pesca noce e scorza di limone. Palato ricco, sapido, buona progressione gustativa.
Gavi del Comune di Gavi 2024: paglierino molto luminoso, tonalità algida. Timbro olfattivo intenso di pesca e mela annurca, erbe aromatiche e scorza di cedro; in chiusura una scia salmastra/iodata. In bocca convince per progressione, tensione acida e una chiusura coerente e sapida.

Gavi del Comune di Gavi 2019: paglierino luminoso, unghia oro antico. Il respiro è mediamente intenso e sa di camomilla, susina gialla matura, mela annurca e maggiorana; una vena minerale sottile e continua rende il tutto ancor più complesso. Bevibilità spinta ai massimi grazie alla totale assenza di alcol percepito e ancora tanta acidità. Buonissimo.
Gavi del Comune di Gavi 2018: tra il paglierino e l’oro antico, medio estratto. Il naso è incentrato su toni dolci di melone bianco, confetto alla frutta, spezie fini ed erbe aromatiche lievemente appassite. Anche in questo caso tanta digeribilità, forse un po’ meno progressione, pur tuttavia una buona performance in tema di longevità.
Degustazione vini rossi
Dolcetto d’Alba Furèt 2023: rubino intenso, riflessi violacei. Trama floreale ricca, su tutti la viola, anche i frutti rossi fanno capolino, oltre alla mandorla e un lieve ricordo di capperi in salamoia. Media intensità e progressione, la sapidità non manca anche se la freschezza arriva un po’ in ritardo. È ancora giovane.
Dolcetto d’Alba Furèt 2021: rubino intenso, vivace. Inizialmente un po’ chiuso, dopo lenta ossigenazione emergono sentori di frutti di bosco maturi, pomodoro secco, tabacco e grafite. Mediamente lungo, ricco di sapidità; l’acidità in chiusura rinfresca la beva.
Barbera d’Alba Tardòc 2023: rubino vivace, media trasparenza. Tutta l’esuberanza dei frutti di bosco maturi, mandorla caramellata e geranio selvatico. Sconta un corpo non esagerato, pur tuttavia il centro bocca si fa notare, così come la sapidità che funge da minimo comune denominatore del territorio. Alcol ancora un po’ da digerire; anche questo è un vino piuttosto giovane.
Barbera d’Alba Superiore Almèi 2022: rubino fitto ed impenetrabile, naso lievemente viziato dal legno di affinamento; emerge la tostatura ivi compresa una nota di ciliegia matura e incenso. Medio corpo e sapidità; alcol ben digerito. Ha bisogno ancora di tempo.

Nebbiolo d’Alba 2023 Temprà 2023
Tra il rubino e il granata, è un vino slanciato, moderno – in senso buono – dai toni ariosi di frutti rossi, spezie dolci, agrume e violetta. Mediamente fresco e sapido, gli aromi dati dal legno devono ancora integrarsi; lo si avverte soprattutto in bocca.
Langhe Nebbiolo Bricco Magno 2022
Rubino con unghia granata. Naso intenso, ricco di suggestioni lievemente affumicate, tabacco, pepe nero e grafite. Il tannino è piuttosto dolce, percettibile; la freschezza è inserita in un corpo medio che rilancia tanta sapidità.
Barbaresco 2022
Colore incantevole, granata di grande trasparenza. Il timbro è marcatamente floreale con note di cosmesi, caramella alla violetta e incenso. Sorso vibrante, teso, acido e ricco di note saline. Media progressione.

Barolo 2021
Granata con unghia rubino. Naso fine, elegante, arioso; i frutti neri risultano maturi ma ancora ricchi di vitalità. Con lenta ossigenazione affiorano ricordi di incenso e cosmesi. Ritrovo un Barolo digeribile, mediamente lungo, dal profilo slanciato e ricco di rimandi territoriali.
Barolo del Comune di Serralunga d’Alba 2021
Rubino con venature granata. Il naso qui si fa più “scuro,” si avverte una sensazione di tostatura ed erbe officinali, ma anche zagara e una nota vegetale che ricorda il cardamomo. Ancora lievemente sconnesso al palato, mostra un buon potenziale per via della sapidità intrinseca.
Barolo del Comune di Serralunga d’Alba 2020
Granata pieno, tonalità calda. Naso in levare, profilo fresco e slanciato; i toni diventano lievemente più austeri mediante opportuna ossigenazione. Nell’ordine: susina matura, anice stellato e incenso con incursioni di spezie dolci tra cui la cannella. Sorso lungo, sapido e con un centro bocca notevole; sfuma lentamente mantenendo la giusta freschezza. Molto buono.

Barolo Meriame 2021, Barolo Sòri Paradiso 2021 e Barolo Lazzarito 2021
Tra il rubino e il granata. Tutti e tre i vini sono in bottiglia da pochi mesi, dunque, ho dovuto attendere molto per cogliere le poche sfumature ancora parzialmente viziate dalla giovane età. Ad oggi le differenze tra un MGA e l’altra sono poco percettibili. Registro in linea generale un bel frutto maturo che sa di amarena, erbe officinali, note di incenso e viola lievemente appassita. In bocca il tannino è vispo e l’alcol deve ancora integrarsi bene all’interno della materia, così come gli aromi dati dal legno. Da riassaggiare tra almeno un anno.

Barolo del Comune di Serralunga d’Alba 2012
Granata, unghia mattone-arancio. Senza dubbio, ad oggi, il vino più buono ed interessante dell’intera degustazione. Ennesima riprova che i grandi vini di Serralunga d’Alba richiedono tempo per rivelare tutto il loro fascino. Il frutto appare maturo e totalmente privo di forzature in termini di estrazione; nell’ordine: susina matura, prugna e mora selvatica. Con lenta ossigenazione profumi che ricordano l’autunno, ovvero foglie secche, terriccio umido, legna arsa; financo grafite e canfora. 
In bocca ritrovo tutta l’austerità del nebbiolo allevato in Langa. Alludo soprattutto alla persistenza gustativa, sorretta da una vibrante acidità e un tannino dolce e ancora percettibile. Un vino estremamente sapido, giunto forse a metà del suo lungo cammino e che tanto avrà da dire anche in futuro.
(In copertina, Paola Lanzavecchia tra i vigneti di Villadoria@Danila Atzeni)
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Andrea LI CALZI














